Tempo di spettri

“Tempo di spettri”, di Leo Perutz

Premessa: la mia caccia per procurarmi questo libro è quasi paragonabile alla caccia all’uomo che Georg Vittorin persegue al suo interno. Non so per quale misteriosa e oscura ragione l’editoria italiana si diverta a rendere introvabili le opere di Perutz, ma vale assolutamente la pena di cercarle.

Da qualche parte intorno al confine russo, 1919cb188034721ef5d950004f3396c56464_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy
Quattro individui eterogenei su un treno scomodo: con un po’ di fatica, visto l’inizio in medias res, è possibile bollarli come un facoltoso e donnaiolo dottore, un borghese grassoccio, una squattrinata testa calda e un giovane uomo, in apparenza il più anonimo di tutti. Sono stati rilasciati da un campo di prigionia nel mezzo della Siberia, sono in procinto di ritornare a Vienna, alle loro vite tranquille, ma non hanno intenzione di dimenticare ciò che hanno subito: hanno giurato, uno di loro tornerà in Russia e ucciderà Seljukov, il capitano che li ha tanto umiliati nel campo, che è per loro diventato l’emblema della perversione di un’epoca.

“che attraversa la vita col frustino in mano, azzimato e sporco di sangue, l’assassino profumato…”
Quando leggerete questo libro, preparatevi alla sottile angoscia dell’incomprensibile; rassegnatevi a leggere con gli occhi di un folle le azioni di un folle.

Se tutti gli altri firmatari del giuramento si tireranno indietro al momento cruciale, persuasi a mente lucida dell’assurdità della vendetta o costretti dalle circostanze, Georg Vittorin, il poliglotto e promettente impiegato piccolo borghese, non rinuncia e non esita.

Con un implacabile egoismo privo di qualsiasi rimorso non esita a lasciare la famiglia nel momento in cui ha più bisogno di lui, abbandonando la sorella ad un triste destino; non esita a piantare in asso la fidanzata con una noncuranza che rasenta la cafonaggine. Tradimento dopo tradimento, abbandono dopo abbandono, Vittorin si fa strada nel tempo e nello spazio con il solo obiettivo di trovare Seljukov: è solo verso la fine del libro che l’odio verso il protagonista si attenua, lasciando il posto alla scoperta che Georg non agisce per egoismo. Al contrario, è fortemente convinto che la sua vita e la sua epoca acquisteranno un senso solo dopo aver ucciso Seljukov, l’emblema del male, dei soprusi, della cattiveria.

“Ai suoi occhi Seljukov non è più l’arrogante ufficiale russo che lo ha offeso. Seljukov è lo spirito maligno di un’epoca degenerata.”

Leo Peutz, 1882-1957
Leo Peutz, 1882-1957

“Un’ora più tardi era a bordo dell’Aurora che lentamente lasciava il porto. Vide con stupore lo spettacolo della città nella quale era vissuto. Vide i giardini pensili e i minareti e le verdi cupole delle moschee, vide i palazzi di marmo bianco e i cipressi degli antichi giardini del cimitero e le mura della città con le grandi porte – vide tutto questo, per la prima volta, nell’istante in cui svaniva.”
Per tutto il romanzo Vittorin perde cose. Amanti, battaglie, ideali, amici, lavori, soldi, dignità. Tocca il fondo e risale, in uno sforzo instancabile. La Storia con le sue contraddizioni sembra passargli davanti in un vortice, sfiorarlo appena; lui si fa strada arrancando, cieco e sordo davanti a tutto ciò che non è il suo obiettivo. Eppure, prima della Grande Guerra, Georg Vittorin era una persona normale, ambiziosa, amabile: è come lui che potremmo diventare, se messi alla prova?

La domanda sorge spontanea ad un certo punto della vicenda e accompagna chi legge fino alla fine.

Tra le altre cose, Vittorin sembra portare una sfortuna a tratti divertente a chi gli sta intorno, mentre lui, nonostante tutto, resta pervaso da un alone di fortuna sfacciata, oggetto di felici coincidenze che in alcuni casi rasentano l’assurdo. Eppure in nessun caso si storce il naso per l’irrealtà di una situazione, ed è proprio in questo che si riconosce l’abilità del gran narratore che è Perutz: nel convincere il lettore che la realtà supera la fantasia, che l’impossibile è possibile.

“Starsene a casa, aspettare e poi un giorno prendere una strada e svoltare l’angolo. Tutto qui, non ci sarebbe stato bisogno di fare altro.”
Verso la fine, Vittorin sfuma sempre più, cambia, si dissolve, si scompone e si ricompone. Lo stile si adatta a questa situazione: gli ultimi capitoli sono degli sprazzi luminosi, l’eco di una rocambolesca melodia che sta lentamente spegnendosi.

Non svelerò il finale, che vale assolutamente la pena di esser letto; dirò solo, per concludere, che all’ultimo movimento del direttore d’orchestra, dopo l’ultima riga, si può soltanto provare pace e uscire dall’apnea in cui la lettura di quest’opera avvince e cattura.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...