(Dov’è l’)Otel Bruni?

“Otel Bruni” di Valerio Massimo Manfredi

Per chi ha fretta:  mi rendo perfettamente conto che il tempo è un bene prezioso e

che non tutti hanno la pazienza di arrivare a leggere fino in fondo recensioni chilometriche e deliranti per decidere se vale la pena di comprare un libro o no. Dunque, se volete sapere subito cosa penso del libro in questione, senza mezzi termini e senza nessuno spoiler: questo libro è bah.

Fine.

Per chi ha un bel po’ di tempo da perdere, invece, procediamo. Premetto che mi sono avvicinata a questo libro con moltissimo entusiasmo: di Manfredi avevo letto solo Lo scudo di Thalos, un bel po’ – forse troppo – tempo fa  e ne serbavo un buon ricordo, inoltre l’ingannevole quarta di copertina mi _OtelBruni_1305070824lasciava sperare in una storia ricca, epica, dolorosa e cocente. In realtà dalla lettura traspare benissimo ciò che Manfredi avrebbe voluto scrivere, e devo dire che almeno questo rispecchia pienamente le mie aspettative: avrebbe voluto creare una ricca e dettagliata saga familiare che si snoda nella prima metà del Novecento abbracciando la vita di un intero villaggio Romagnolo, avrebbe voluto costruire personaggi forti, umani e indimenticabili, un’atmosfera di ruralità quasi mitica e il ricordo netto di un’epoca storica che ha segnato profondamente le vite di tutti noi.

Già, tutto molto bello, peccato che non ci sia riuscito. Ma andiamo con ordine.

I personaggi

Protagonista della storia è la famiglia Bruni – sette figli maschi e due femmine, il padre, Callisto, e la madre, Clerice. Ora, si tratta di una famiglia molto numerosa e, immaginiamo, difficile da gestire: è ovvio che Manfredi abbia dovuto fare delle scelte, decidere di caratterizzare meglio certi personaggi piuttosto che altri; ma il risultato è che la maggior parte della famiglia Bruni è un enorme punto interrogativo. Dei nove figli dei Bruni, gli unici ad avere una parvenza di personalità sono Floti, Armando, Gaetano e Maria. Di Checco e Savino percepiamo un’ombra, come se il narratore non avesse ancora deciso bene se sono funzionali alla storia o no. Fredo e Dante potrebbero tranquillamente non esistere e la storia farebbe benissimo il suo corso (ok, questo vale anche per molti altri personaggi, ma nel loro caso è particolarmente evidente). Di Rosina l’autore si dimentica completamente dopo la prima metà del romanzo. Caduta nel dimenticatoio dopo un sacco di pagine a descrivere il suo infelice matrimonio. Poveraccia.

un fedele ritratto di Fredo Bruni
Un fedele ritratto di Fredo Bruni

La madre Clerice è la classica massaia energica e coraggiosa che tiene insieme la famiglia, il birrocciaio Iòfa è il classico amico di buon cuore, il dottor Munari è il classico tipo scontroso dal cuore d’oro, l’aedo Cleto è il classico personaggio misterioso, Alfonso è il cantastorie magico e che strega con i suoi racconti (sì, ma non c’è neanche mezzo paragrafo in cui racconta una storia ammaliante. È bravo a raccontare solo perché ce lo racconta Manfredi e ci dobbiamo fidare). In una parola: noia. Nessuna figura originale che spicchi sulle altre, nessuno che entri nel cuore del lettore. Magari alcuni personaggi, come Floti o Maria o Fabrizio, ne avrebbero anche avuta la potenzialità, ma è stata sfruttata malissimo.

La trama

Scrivere una saga familiare non è semplice. Scrivere una saga familiare che abbracci la vita di un intero villaggio lo è ancor meno, ma non è impossibile. Senza scomodare Marquez, invito a pensare a Storia di Neve di Mauro Corona: in quelle pagine si percepiscono l’anima del villaggio in questione che pulsa, il tempo che scorre, le vite che si intrecciano. Qui no. La storia parte bene, con uno scorcio di quotidianità della famiglia sul mitico Otel Bruni, struttura che dovrebbe essere il rifugio dei derelitti, il motore della storia e invece compare pochissimo, ma questo può anche passare. Interessante la parte iniziale in cui si tratta l’esperienza di guerra di alcuni dei fratelli Bruni, ma dopo la storia si sfilaccia, incontrollabile. Manfredi segue le orme di un personaggio e gli scappano tutti gli altri, corre a riprenderli e ne dimentica altri tre o quattro per strada. Le storie non riescono ad intrecciarsi, il villaggio non ha un’anima.

Nel tentativo di creare una trama ricca e interessante l’autore inserisce sia degli sviluppi della trama forzati volti solo a far girare la storia per un certo verso, sia elementi che non aggiungono assolutamente nulla alla storia, non smuovono nulla all’interno del lettore e sono incollati lì senza una ragione logica.

Qualche esempio.

Ad un certo punto della storia Checco e Dante Bruni, figure dalla dirompente personalità e di alto calibro narrativo (di Checco sappiamo che è intelligente perché lo dice Floti e allora ci fidiamo, di Dante che è il maggiore dei sette fratelli) decidono di non parlarsi mai più in seguito ad una lite di cui non si sanno le ragioni e mai si sapranno, come tiene a specificare il narratore. Che ce ne importa? Avrà conseguenze sugli sviluppi della storia? No. Crea un senso di disagio e sconcerto nel lettore che conosce bene questi due personaggi e non capisce come possano essere così irragionevoli? No, perché dei personaggi non sappiamo nulla. Nelle intenzioni dell’autore si tratta certamente di un espediente volto a sottolineare quanto la famiglia Bruni sia divisa negli anni del fascismo, ma due parole sulla carta su due personaggi minori non aggiungono né tolgono nulla alla storia (diminuiscono la pazienza di chi legge, però).

La difficoltà nel gestire la trama risulta evidente quando l’autore passa a parlare della seconda generazione di Bruni, una manciata di personaggi introdotta in un attimo e messa su alla bell’è meglio per la pura necessità di trovare qualcuno a cui far fare la seconda guerra mondiale.

Ad un certo punto salta fuori dal nulla il personaggio di Nino, un ragazzo del paese che fa la corte ad Eliana, figlia di Alfonso e Maria,

[Qualche piccola nota sulla corte: la scena si svolge praticamente così:

*Eliana torna a casa e Nino la affianca in motocicletta da vero bad guy*

Nino: “Ehi, dove vai, vuoi un passaggio?”

Eliana: ”No, sei troppo grande”

Nino: ”Ma dai, ho solo 22 anni”

Eliana: ”Non ci credo, ma dato che in questo lungo dialogo hai dimostrato di avere una parlantina ammaliante che manco un rappresentante della Eminflex in questo momento mi innamorerò di te, e anche mia madre che non voleva neanche che mi avvicinassi ai ragazzi ti permetterà di farmi la corte solo perché sei tu.”

Signori, è così che nasce un amore]

Nel loro gruppo c’è anche Vasco, figlio di Checco Bruni, e si cerca di descrivere in quattr’e quattr’otto la storia della loro amicizia (ovviamente senza mostrarci nulla di tutto ciò. Manfredi ci informa che il gruppo diventa molto affiatato, e ci dobbiamo credere), tutto solo per creare poi un momento straziante quando, inevitabilmente, sarà descritta la chiamata alle armi dei ragazzi. Nino serve solo ad introdurre la morte di Vasco, perché poi di lui ci si dimentica qualche pagina dopo e non se ne saprà mai più nulla, di Eliana meno che mai.

Si potrebbero citare a tal proposito, oltre alla già compianta Rosina, i figli di Floti di cui quest’ultimo si dimentica per un buon centinaio di pagine; lo stesso Floti, che dopo esser stato al centro delle vicende per tutta la prima parte del libro scompare nel nulla (che fine fa il suo impegno politico? E la sua scheggia nel polmone?), salvo riapparire per un istante alla fine, in un modo francamente imbarazzante (sembra quasi che l’autore se ne sia ricordato all’ultimo, per la serie: “Ah già, Floti! Era il protagonista, va bene scordarmi di Rosina, ma lui non posso lasciarlo così… vabbè, lo faccio irrompere in un’aula di tribunale random, ché fa sempre scena”); l’amicizia perché sì di Savino e Nello, ma a questo punto credo che chi legge questa recensione si sia già fatto un’idea della situazione.

Un punto di merito però lo riservo al vincitore assoluto del festival dell’assurdo, ossia il partigiano Bruno Montesi, che salva dalla fucilazione un ragazzino fascista affermando di averlo convertito alla causa rossa. Del ragazzino ovviamente non si saprà mai più nulla. A parte l’inutilità dell’episodio, che non serve neanche a testimoniare la bontà d’animo di Bruno Montesi, già nota da tempo, sarebbe stato interessante capire come è riuscito a convertire il soldato nero.  Potremmo pur sempre usare lo stesso metodo per appianare il conflitto israelo-palestinese.

Valerio Massimo Manfredi riflette sulla politica estera
Valerio Massimo Manfredi riflette sulla politica estera

I dialoghi e lo stile

Passi che i personaggi non hanno una voce, che parlano tutti nello stesso modo ed è impossibile distinguerli l’uno dall’altro. Ad allibire è piuttosto il perfetto italiano forbito in cui tutti si esprimono: tutti semianalfabeti ma tutti che parlano come il Presidente della Repubblica, oh.

A metà romanzo Manfredi ci fa intendere tra le righe che per tutto il tempo dovremmo dar per scontato che i personaggi stiano parlando in dialetto. Tralasciando il mio commento a questo espediente (che, per inciso, è bah), un dialogo come quello che segue è piuttosto strano anche se avviene in dialetto.

Stanno parlando Nello e Savino, due ragazzini con la terza elementare.

Savino: “[…] la patria non è quella signora vestita di verde, bianco e rosso che si vede sui libri di scuola [quale scuola?], siamo noi: i contadini che producono il pane per tutti, gli operai che fanno girare le fabbriche, e anche tutti gli altri, se vogliono capire una buona volta.”

Nello: “[…] i vostri capi vi avvelenano con le loro teorie per aizzarvi contro le classi borghesi che guidano la nazione, vi riempiono di odio per poi fare la rivoluzione, per trasformarvi in fanatici facinorosi.[…] Questa violenza purtroppo è inevitabile. Non possiamo permetterci il disfattismo, la faziosità, le ribellioni.”

Credo che il dialogo parli da sé. Aggiungo che all’inizio della loro conversazione Nello e Savino erano solo due ragazzini confusi che nulla sapevano di politica, ma dopo aver sentito mezzo comizio di un sindacalista sono già schieratissimi e informati. E che il dialogo si conclude con un imprevedibile ‘non imbracceremo mai le armi l’uno contro l’altro’. Ah.

Insomma, tali dialoghi inverosimili sono spesso resi ancora più irritanti dal fatto che avvengono solo per dare informazioni al lettore su quel personaggio, su tutto quello che non è stato mostrato e che si dà per scontato sia avvenuto.

Un punto pregevole della storia è l’aura di mito che Manfredi riesce a dare alle vicende e in particolare a quella di Don Massimino, che chiude a cerchio la vicenda: sorge il dubbio che l’autore sia ben più bravo a gestire questo tipo di storie che non le saghe familiari.

Il romanzo è scorrevole e nonostante risulti davvero irritante in più punti si fa leggere in fretta, tuttavia l’unica esortazione alla lettura che posso porvi resta, fino alla fine, bah.

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