ULISSE È MORTO! – Ucciso Nel ventre di Perroni.

“Nel ventre”, di Sergio Claudio Perroni.

nelventreBREVE INTRODUZIONE
“Nel ventre”di Sergio Claudio Perroni, pubblicato da Bompiani nel 2013, narra le ore trascorse dagli eroi greci nel ventre del cavallo di Troia. Sono al buio, non sanno quello che accade fuori intorno a loro, non sanno se il loro piano avrà fortuna e riusciranno ad entrare nella città di Troia o se invece verranno scoperti e uccisi.
I personaggi su cui è focalizzata l’attenzione sono tre: Ulisse (che non ha bisogno di presentazioni), Neottolemo (il figlio di Achille, per intenderci) ed Epeo (colui che insieme ad Atena, che gli è apparsa in sogno, è stato l’ideatore del Cavallo).

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Il signor Perroni

PERRONI, CHI È COSTUI?
Giustamente qualcuno si chiederà, come un riverbero manzoniano, chi è costui? Sergio Claudio Perroni lavora per Bompiani in qualità di traduttore ed editor. A lui si devono le ottime traduzioni di autori quali John Steinbeck, per citarne uno

IL PREGIO DELL’OPERA.
Il pregio dell’opera e del signor Perroni è affrontare una delle scene più interessanti tra tutte le vicende omeriche con  assoluta umanità: gli eroi sono qui prima di tutto uomini. Li vediamo combattere con le paure, tentare di liberarsi dalle matasse dei dubbi, e la loro figura è dissacrata.
È proprio in virtù di queste premesse che ho accolto con entusiasmo questo libro. Eppure, man mano che leggevo, mi sono accorto che è un altro il grande merito del signor Perroni.

IL PIÙ GRANDE MERITO DI PERRONI
Il più grande merito, e bisogna dargliene atto!, del signor Perroni è di aver preso Ulisse – il personaggio più intrigante, affascinante, seducente che la letteratura di tutti i tempi abbia mai partorito, il genio per antonomasia, la conoscenza incarnata in corpo d’uomo – e averlo trasformato nel più stolto dei cretini, vestito d’una corazza di dabbenaggine imbarazzante e grottesca.

Insomma, non che al suo cospetto gli altri due protagonisti, vale a dire Epeo e Neottolemo, brillino per sagacia, ma loro, almeno, non hanno una reputazione di saggezza e genialità da rispettare, come invece Ulisse (ma d’ora in poi lo chiamerò Odisseo, preferisco il nome originale).

Tutto ha inizio (compresa la fine delle mie belle speranze) dopo circa già 20 pagine. Sulla scena (che è sempre il ventre del cavallo di Troia) appare un nuovo personaggio. Viene chiamata ‘la Donna’, con la d maiuscola, e le sue parole sono tutte in corsivo. Chi sarà mai questa donna che viene presentata con la lettera maiuscola e i discorsi in corsivo? La titolare del più grande locale di meretricio di Troia?

Ovvio che no, per essere trattata con questi riguardi dall’autore! E sicuramente non è neppure umana: come fa altrimenti a comparire nel nulla all’interno del cavallo? Ovvio ch’è Atena in persona. Lo si capisce dalle prime parole che dice, dato che fa di tutto per farsi riconoscere, ed è così facile da capire che la quarta di copertina te lo diceva subito: tre eroi più Atena. Quindi  alla Bompiani già sanno che non è certo una sorpresa, l’identità della Donna.

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G. Tiepolo, Il cavallo di Troia

E Atena, che non teme di farsi scorprire, anzi fa di tutto per farlo capire e non sa più che pesci prendere – perché quelli, a dispetto di quel che la dea credeva, davvero non la riconoscono -, si esibisce in una serie di prodigi: passa attraverso Epeo come il fantasmino Casper; dopodiché stringe in una mano la punta di una lancia e mostra a tutti di non essersi ferita mentre Epeo, Odisseo e Neottolemo urlano disperati che Attenzione, ti fai male! Il signor Perroni descrive così la scena di Atena che sta per stringere in pugno la lama:

In un solo gesto, Epeo protende le braccia, Neottolemo accorre, Ulisse balza in piedi.
“Ferma! Cosa vuoi fare?”
“Ti squarcerai le mani!”
“ I troiani vedranno sangue sui ferri e capiranno che nel cavallo c’è qualcuno!”[p. 49]

Ecco servito il perfetto climax di parossismo, concluso con una perla che, se le parole sono, come dovrebbero, rispettose dell’ordine con cui i tre eroi sono stati nominati, è detta proprio da Ulisse il Saggio, colui che Omero (o chi per lui) definiva con l’epiteto polytropos, che i filologi interpretano come “multiforme”, “dai numerosi espedienti,” e quindi inteso come molto arguto, molto sagace, molto saggio.
E allora, arrivato a questo punto, imploro gli eroi: Dai, forza, impossibile che non la riconoscete?
Insomma, Epeo! Poffarbacco, tu la conosci, è stata lei a dirti di costruire il cavallo! L’hai avuta in sogno e di sto benedetto sogno te ne vanti in continuazione! Okay che la dea assume sempre sembianze diverse, però dai! Sempre, nei poemi omerici, gli eroi riconoscono le divinità.
Niente, non la riconosce.
Ulisse, dai! Sei il più sapiente, sei il saggio, sei la conoscenza fatta a persona!
Niente, anche lui non la riconosce.
Neottolemo?… Inutile pure chiederlo.
Ma la cosa peggiore non è tanto che non la riconoscano. Il peggio viene adesso!

Ulisse secondo la visione di Perroni. Il 'curioso' eroe greco qui ritratto in posa per l'Oltremare di Riccione.
Ulisse secondo la visione di Perroni. Il ‘curioso’ eroe greco qui ritratto in posa per l’Oltremare di Riccione.


( BREVE POSTILLA SUL PERSONAGGIO DI ATENA. ALMENO LEI SI SALVA?
Ahimè no! Anche lei, lei che è la dea della sapienza, appare come un essere banale e insulso: antipatica, arrogante, non si capisce quando parla! Suscita nei suoi confronti una profonda irritazione che diventa odio.)

ECCOVI IL PEGGIO, È SERVITO
Il peggio, dicevo, non è che non la riconoscano sebbene tanta evidenza, quanto piuttosto l’assurdo guazzabuglio di idiozie che decidono di sciorinare fregandosene di ogni pudore, buon senso e dignità
“ Chi sei?” e peggio ancora “Da dove sei entrata?” le domandano ebeti in risposta ai prodigi, e non si limitano a dirlo una sola volta, ma lo ripetono per tutto il libro, non paghi della loro indecenza.
E Atena come risponderà a queste domande? Poverina, si accorge che non basta mostrare i palmi senza graffi, non le basta questo prodigio né quello di passare attraverso Epeo: ecco che allora rivela ai tre eroi tutti i loro fatti più personali, a turno.

Neottolemo e suo babbo il 19 marzo
Neottolemo e suo babbo il 19 marzo

Al che, Epeo, a corto di originalità, “Come fai a saperlo?”[p. 48], domanda; mentre, quand’è il turno di Neottolemo, il figlio di Achille dice qualcosa come: Ah,ma quindi tu conoscevi mio babbo. Ora si spiega tutto! Ecco perché sai così tante cose. E sì, dev’essere così: hai conosciuto il mio papà.
E a concludere questo climax di assurdità ci pensa Odisseo. Che non solo non riconosce la dea (sono ancora convinti che sia una qualche donna entrata nel cavalo chissà da dove…), ma a Neottolemo, il quale, con leggera arguzia in più, gli domanda se non sia strano che costei sappia tante cose, risponde “Tante? A me sembra che sappia più parole che cose” che tradotto in lingua corrente sarebbe: “Ma non vedi che ti sta prendendo per scemo? Quella parla solo a vanvera, non sa nulla”… sì, infatti è Atena, una dea, cosa vuoi che ne sappia?

Ulisse che gioca con Flipper, Neottolemo e due amici dell'oratorio
Ulisse che gioca con Flipper, Neottolemo e due amici dell’oratorio

Ecco che Odisseo, il più grande dei greci, il comandante, colui che appresso ad Epeo e ad Atena stessa ha organizzato lo stratagemma del cavallo, proprio lui, Odisseo che gli epiteti definiscono simile a un dio per intelligenza, colui che per tutto il corso dell’Odissea è arguto e geniale, si trasforma nel più becero degli ignoranti. L’Ulisse di Perroni è la dissoluzione del nobile personaggio omerico che per quasi tre millenni aveva preservato il suo fascino, la sua arguzia. Ulisse muore!

Il signor Perroni lo uccide senza pietà, lo rende il più stolto dei personaggi del suo libro, il più scemo, colui che si crede intelligente ma in realtà è solo un cretino: e infatti ribadisco “A me sembra che sappia più parole che cose”, come a dire: Neottolemo, sei proprio così ingenuo? Fortuna che ci sono io qui a dirti le cose come stanno. Salvo poi dirgliele in maniera assurdamente scorretta.

Volete un altro esempio di come il signor Perroni infierisce sul povero corpo agonizzante di Odisseo? Eccolo che arriva. E si collega bene a una domanda che d’obbligo mi sono posto: ma per quale motivo il signor Perroni uccide Odisseo? Cosa lo spinge a farlo? Odia ancora il professore di lettere del liceo? Oppure l’ha fatto con ingenuità, senza accorgersi di quel che faceva, semplicemente perché non conosceva i classici? Ma la risposta forse sta proprio in quest’altro esempio.

Prof. Callisto Cagnato, il docente in lettere tanto odiato dal signor Perroni
Prof. Callisto Cagnato, il docente del liceo tanto odiato dal signor Perroni

Siamo alle ultimissime pagine del libro. Viene ripreso un episodio della tradizione:il cavallo viene portato dentro Troia. Vi si avvicina Elena, la quale, per inganno, imita le voci di ciascuna delle mogli degli eroi rinchiusi dentro il cavallo. Bene, ora vi propongo la versione del signor Perroni e l’originale, presa proprio da Omero.

Indovinate un po’, secondo il signor Perroni, chi ci casca? Proprio Odisseo.
“È Penelope! Non senti? È qui sotto e mi implora di uscire!” e poi “Tu menti! Non è Elena: dice cose che solo Penelope può sapere!” Al che succede questo: Ulisse trova infine un varco nella stretta dei corpi, si lancia carponi verso la botola. Neottolemo lo agguanta… “Non posso lasciare Penelope in mano ai troiani! Non senti com’è in pena?”
Il corsivo è la citazione presa da pagina 111, in cui Odisseo va fuori di testa e Neottolemo lo salva.

E mi chiedo: per quale razza di motivo Odisseo dovrebbe essere così stolto? E perché Neottolemo dovrebbe essere così più saggio di lui?
E la rabbia mi sale ancora di più quando penso all’originale omerico.
Libro IV dell’Odissea. Telemaco è a Sparta. Elena e Menelao parlano giustappunto di quest’episodio. Cito la traduzione di Giuseppe Tonna.
Parla Menelao a Elena:

Tre volte tu girasti intorno al cavallo dentro le cui cavità stavamo noi in agguato e lo tastavi con la mano: e intanto chiamavi per nome i più valorosi dei Danai, imitando alla perfezione la voce delle loro spose, di tutti. Io e Diomede e il divino Odisseo stavamo lì in mezzo agli altri guerrieri e ti udimmo levar il grido di richiamo. E a noi due, al Tidide [Diomede] e a me, venne voglia di levarci su e di uscire, o rispondere subito dal di dentro: ma Odisseo ci tratteneva e ci fermò, per quanto vivo fosse il nostro desiderio. Allora gli altri tutti stavano in silenzio, i figli degli Achei: Anticlo solo ti voleva rispondere. Ma Odisseo gli premeva sopra la bocca con le sue mani robuste, senza lasciar lì un momento, e così salvò tutti gli Achei.”

Bene! Se l’originale è questo, e il signor Perroni senz’altro lo conosce, per quale maledetto motivo lo stravolge così? Ecco che la risposta alla mia domanda arriva in via deduttiva: perché il signor Perroni uccide Odisseo? È consapevole di quello che fa?
Sì! È consapevole! Non si tratta di un omicidio colposo, dovuto a imperizia o imprudenza o negligenza: siamo di fronte ad un omicidio volontario e premeditato! Il più grave previsto dal codice penale!

Il signor Perroni conosce la versione omerica, sa che Omero fa accadere in un preciso modo questo evento, e lui che fa?, se ne frega e decide di bistrattare Omero – Omero! Non uno qualsiasi! Il padre della letteratura universale! – pur di uccidere Odisseo, probabilmente per il solo gusto di farlo! E sottolineo: per il solo gusto di farlo. C’è qualcosa di sadico, in tutto ciò.

E inoltre mi chiedo: ma allora perché il signor Perroni decide di scrivere un libro su un episodio Omerico, se le sue intenzioni sono di riscrivere inspiegabilmente quell’episodio a modo suo, un modo tutto discutibile, e in maniera completamente opposta? Senso avrebbe avuto interpretare il mito, riscrivere la vicenda così com’è avvenuta ma forgiarla secondo una personale interpretazione, come ben fatto da Luigi Malerba in Itaca per sempre. Questo ha senso, non prendere il mito solo per bistrattarlo e ucciderlo compiendo scempiaggini.

E non parlerò delle altre infinite incoerenze, né della inspiegabile coincidenza che vuole l’incipit del libro praticamente simile a una filastrocca dei tempi del fascismo, perché quando si bistratta senza rispetto uno dei personaggi più belli della letteratura, ovvero Odisseo; quando ci si trova di fronte alla sua dissoluzione, al suo assassinio!, non riesco, ahimè, a contenermi. Ed è per questo che sul personaggio Odisseo mi sono soffermato, mettendo da parte tutte le altre assurdità. Ho visto un personaggio così amato morire, dissolversi! E soprattutto morire per futili motivi, senza una ragione, senza logica! Che dolore e che rabbia ho provato!

L'imputato Sergio Claudio Perroni
L’imputato Sergio Claudio Perroni

Invoco dunque il tribunale della letteratura:
– imputato Sergio Claudio Perroni
– professione: editor, traduttore e GhostWriter.
– accusato di: omicidio doloso premeditato,con l’aggravante della crudeltà.
Il pubblico ministero chiede: ergastolo nelle carceri più tetre che la Giustizia della Letteratura Universale possa offrire.

E CONCLUDO.
Se siete arrivati a leggere questo punto della recensione, innanzitutto vi dico grazie, e subito dopo ci tengo a precisarvi: non ho la presunzione di ritenere unicamente giusto quanto ho scritto finora. E ogni autore, in questo caso anche il signor Perroni, ha il diritto d’essere letto, prima d’essere giudicato.
Io l’ho fatto. Ora, se volete capire se io abbia o no ragione, fatelo anche voi. Non fosse altro perché c’è un processo in atto e una assise deve deliberare.
Dal canto mio spero di non essermi accanito troppo, o troppo poco.

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