Chiedimi chi è Camilleri

Andrea Camilleri è uno di quei rari maestri che l’Italia culturale può con orgoglio vantare. Nasceva il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle, nella valle dei templi, terra feconda per la letteratura, che ha dato i natali a Pirandello (cugino della nonna paterna di Camilleri) e Sciascia, solo per citarne alcuni.

camilleriAndrea Camilleri è un maestro e non solo per i suoi gialli, per cui è principalmente
conosciuto, tuttavia a discapito della sua vasta produzione. L’opera di Camilleri è importante soprattutto per quel che riguarda il teatro, per i suoi romanzi storici, per le raccolte di racconti di Vigata, che danno uno scorcio ilare e profondo della faccia storica e sociale del nostro Paese.

La sua vita sembra un film.

La formazione di Camilleri avviene a Roma, nella prestigiosa Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
È l’illustre fondatore dell’Accademia, Silvio D’Amico, ad esortare Camilleri di tentare il concorso, dopo averlo “scoperto” al Premio Firenze un anno prima. Camilleri accetta, si presenta a Roma per il concorso e quel che avviene ha dell’incredibile.
Camilleri racconta così quell’episodio:

“C’era da preparare una sorta di tesi di laurea su una ipotetica messa in scena. Io scelsi Come tu mi vuoi di Pirandello … Andai al teatrino di via Vittoria e… non vedevo niente, era tutto buio, c’erano solo quelle lampade da tavolo, quelle che diffondono poca luce e soltanto sul tavolo. Qui la voce di D’Amico, riconoscibilissima, mi disse:
“Vai su a fare la scena”.
E io: “Io non ho preparato nessuna scena”
” Come non hai preparato nessuna scena? C’è una scena nel bando, perché non l’hai preparata?”
” Perché ritengo che il regista non debba saper recitare”.
Sentii mormorii vari nell’oscurità, lentamente mi rendevo conto che la sala era gremita anche se non si vedeva nessuno. Allora D’Amico:
” Avrei due strade davanti a me, una è cacciarti via subito perché non hai ottemperato al bando di concorso, l’altra è che ti do due ore di tempo, impari una scena in due ore e poi la vieni a fare qui.”
Poi si voltò verso il buio di quella platea e disse:
“C’è qualcuno che vuole aiutare questo qui?”
Sentii una voce che disse: “Io”. Si alzò un tipo altissimo che rispondeva al nome di Vittorio Gassman.
Ci infilammo dentro ad un camerino, lui agguantò la prima cosa che gli capitò sottomano che era Arsenico e vecchi merletti e preparammo una scenetta.

Ovviamente vinse la borsa di studio e poté frequentare l’Accademia, studiando regia col grande Orazio Costa. Tuttavia ci restò solo un anno.

“La mia frequentazione all’accademia finì miseramente nel periodo estivo dopo il primo anno… Tre sventurati, ovvero io, Vannucchi e Salerno, avevamo le nostre ragazze che non potevamo vedere, se non con il cannocchiale o durante le prove… Nottetempo irrompevamo nel convento delle suore, e andavamo ognuno nella cella dove stava la nostra rispettiva ragazza. Alle cinque del mattino, eravamo al primo piano, ci buttavamo dalle finestre…
Questa storia andava avanti per 20 giorni. Il ventesimo giorno, mi addormentai, ci addormentammo, la madre guardiana aprì la cella, ci scoprì e scoppiò lo scandalo. E così venni cacciato per indegnità morale. Fine della brillante carriera dell’allievo.”

All’Accademia ci sarebbe tornato anni dopo, per prendere il posto di quell’Orazio Costa e diventare professore di Regia.

Negli anni ’50 lavora alla RAI. In molti lo ricorderanno insieme ai più grandi intellettuali dell’epoca (da Calvino a Eco) per le famose Interviste impossibili.  Parallelamente continuava a dedicarsi al suo grande amore: il teatro. Tra i suoi amici e conoscenti c’era gente del calibro di Samuel Beckett, Arthur Adamov, Leonardo Sciascia e molti altri.

Racconterei numerosi altri aneddoti curiosi e interessanti della sua vita, ma sarebbe troppo. Per chi ha interesse, consiglio di leggerli in un libricino edito da Feltrinelli: I racconti di Nené.

Il suo primo romanzo viene pubblicato nel ’78: Il corso delle cose.  Ci vollero anni di rifiuti editoriali perché un suo primo romanzo fosse pubblicato.
Il corso delle cose viene scritto durante la malattia che avrebbe condotto suo padre alla morte. Camilleri racconta d’aver avuto in mente quella storia ma non sapeva come scriverla. Così racconta la genesi del romanzo e della sua lingua letteraria.

Decisivo fu mio padre. Era ricoverato al Gemelli di Roma e stava morendo. Con lui avevo avuto rapporti difficili, complessi, ma sapere che gli restava poco tempo cambiò le cose. Non lo abbandonai un momento, per un mese e mezzo abbandonai il lavoro, lasciai perdere tutto per stare con lui. Parlavamo molto. Un giorno, per distrarlo, gli dissi: «Lo sai papà, ho pensato a una storia», e gli raccontai la storia del mio primo romanzo Il corso delle cose. Era un racconto che da tempo avevo in testa ma fu lì, in quella stanza di ospedale, che prese forma concreta. E mio padre: «Perché non la scrivi?». «Eh papà, perché in italiano mi viene difficile scrivere». «E perché la devi scrivere in italiano? Scrivila come l’hai raccontata a me».

Ecco il dialetto di Camilleri da dove nasce.

Negli anni ’90, “per gioco”, come disse lui stesso, nasce Montalbano, che ha consacrato Camilleri al grande pubblico.
Racconta Camilleri di aver già scritto l’ultimo libro di Montalbano, la sua uscita di scena, dal titolo “Riccardino”

Il fatto che Montalbano – a differenza di altri personaggi seriali, come Sherlock Holmes o Maigret – invecchia, partecipa alla vita di tutti i giorni, mi rende sempre più difficile stargli dietro. Così ho deciso di scrivere il romanzo finale. Mi è venuta l’idea e non me la sono fatta scappare. Ma non è che finisce sparato o va in pensione o si sposa Livia, come piacerebbe ai lettori: ci voleva una trovata alla Montalbano per fargli abbandonare la scena.
Ho dato “Riccardino” alla casa editrice solo a questa condizione: che venisse tirato fuori quando l´alzheimer per me sarà irreversibile. Intanto, con le facoltà di intendere e di volere intatte, mi diverto a inventare nuove storie. Magari uscirà postumo.”

Resto esterrefatto dinnanzi all’intelligenza, alla lucidità di quest’uomo. Spero sentitamente che Riccardino esca il più tardi possibile. E romanticamente penso a quanto sia profonda l’idea che Montalbano e Camilleri possano uscire di scena insieme, camminando l’uno affianco all’altro, mentre cala il sipario e il pubblico, in piedi, applaude caloroso.

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