La tragedia dello sguardo

Pornografia, Witold Gombrowicz

“E ora voglio raccontarvi un’altra mia avventura, temo una delle peggiori”
Così ha inizio il romanzo Pornografia, di Witold Gombrowicz, forse il più grande scrittore polacco del secolo scorso e certo tra i maggiori autori mitteleuropei del ‘900, al punto da formare gente del calibro di Milan Kundera.
Ma prima ancora della potenza dell’incipit, ciò che da subito si nota è forse il titolo. Ironico e provocatorio nelle intenzioni dell’autore, farà senza dubbio pensare a qualcosa che poi non è (dato che nulla di scandaloso e licenzioso appare). Curioso è quel che infatti accadde nel 1960, quando il libro fu pubblicato da Bompiani, con il titolo censurato in La seduzione. Gombrowicz commentò: “Mi hanno spiegato che una signorina italiana si vergognerebbe di entrare in libreria e chiedere la Pornografia”. Tutto sommato, alla Bompiani non si poteva dar torto. Solo nel ’72 il libro fu ristampato col titolo originario.

Ma andiamo oltre.  Quel che posso dire su quest’opera è che non siamo nell’ambito9788807818622_quarta del comune: Pornografia è un romanzo strano, insolito, inconsueto.
Continuamente, leggendolo, mi sono chiesto con insistenza se avessi tra le mani un capolavoro o l’opera d’un autore sopravvalutato. Tantomeno riuscivo a comprendere se lo stessi amando oppure odiando, senza la possibilità di uno stadio intermedio – proprio amare oppure odiare. E man mano che andavo avanti, mi sono reso conto che quest’opera aveva una particolarità: era impossibile inserirla in una distinzione tra bello o brutto, tra capolavoro o equivoco, e analogamente era impossibile dire se mi stesse piacendo oppure no. E allora ho capito che stava in questo la sua unicità, perché sono davvero poche le opere che lasciano questa sensazione.
Lo stesso stile rispecchia questo giudizio, oscillando tra l’aulico e l’arido, con descrizioni che diventando enumerazioni e periodi talvolta d’insolita grammatica.
Insomma, abbiamo compreso d’avere a che fare con un autore particolare.

Protagonista della singolare vicenda è lo stesso Witold Gombrowicz, che racconta la storia in prima persona, secondo un espediente senz’altro originale. Insieme a
un suo compagno, Federico,  viene invitato dal signor Ippolito S. nella sua campagna per certi affari. Siamo nel 1943. Mentre nel mondo imperversa la witold-gombrowicz-6guerra, da qualche parte nella campagna polacca Federico e Witold hanno a che fare con una vicenda tanto comune e banale che, in realtà, si trasformerà in qualcosa di esageratamente viscerale, depravato e corrotto: l’attrazione tra due adolescenti: Enrichetta, la figlia di Ippolito, e Carlo, un giovane garzone.
( Faccio una breve parentesi: riporto i nomi italianizzati come nella edizione, forse un po’ datata, che ho letto io; in altre edizioni i nomi restano polacchi, cosicché Enrichetta in realtà è Henia, Carlo è Karol, ecc).
Federico dapprima e poi anche Witold iniziano a seguire e spiare morbosamente ogni gesto dei due ragazzini: li seguono, intervengono e persino cercano di manipolare le loro azioni e i loro pensieri. Enrichetta, che nega ogni attrazione per Carlo, poiché promessa sposa a tal Venceslao, finisce per assecondare i desideri ossessivi  dei due signori, comprendendo il piacere che i due provano nel guardare lei e Carlo e incominciando, a sua volta, a provare anche lei un certo piacere.

Capirete che questa situazione, in cui il guardare  e l’essere guardati assumono una valenza di lascivia (da qui Pornografia), abbia dell’incredibile e anche dell’assurdo. Ma è in questa assurdità parossistica che sta la vera caratteristica del romanzo. Il guardare e l’essere guardati innescano una forza avvolgente che genera un torbido vortice di passioni, morbosità e depravazioni, tutte rigorosamente psicologiche e mai fisiche (altra interessantissima caratteristica della storia). Chi legge questo romanzo si trova per l’appunto di fronte un gioco psicologico, il cui esito non può che essere drammatico e infausto. Non si tratta di spoiler: è l’incipit stesso che lo preannuncia: “temo una delle peggiori”, dice il narratore/scrittore a proposito della vicenda. Il lettore non solo intuisce, ma già sa che le cose andranno male, e per tutto il libro ci si chiede cosa ancora accadrà, chi, nel gioco – che coinvolge come una valanga tutti quelli che vi sono intorno -, uscirà come perdente? Chi ne farà le spese? È evidente e prepotente la tensione funerea che si proietta e che preme verso il finale. Eros e Thanatos diventano i due estremi su cui si muove l’azione, e sul sottile valico che li separa si gioca la partita.

Questo gioco, come s’avrà intuito, è folle, pazzo, insano! La pazzia è forse il vero elemento che muove la vicenda. Continuamente Witold si chiede se Federico sia pazzo; e il suo compare, di certo, s’impegna per far pensare questo di sé. Più passano i giorni e più diventa ossessionato dai due, e più diventa ossessionato più dà segni di squilibrio, che pur sono alternati a una coerente lucidità.
Lo stesso Witold appare in bilico tra follia e logica. Critica Federico, dimostra a se stesso la sua assurdità, la sua follia, e lo fa con prove evidenti e tangibili. Ma proprio nel momento in cui sta per decidersi nel denunciarlo, nello svelare il suo ruolo nella partita, cambia completamente idea e lo appoggia, lo segue, ne diventa complice fidato. E allora ci si chiede se lui stesso non sia un folle.
Ma davvero è follia, provare piacere nel gestire la vita di qualcun altro? Davvero è folle chi gode nel manovrare le esistenze? O altro non è che la più sincera forma di essere umani, di essere uomini? Cosa è più confacente all’uomo, avere gusto nel decidere e manipolare l’altro, oppure provarne disgusto? Mettendo da parte ogni cultura, ogni etica, cosa s’avvicina di più all’essenza dell’uomo? L’atavismo! L’essenza! Che gran bel dubbio!

Ecco, il merito di Gombrowicz è di offrire dubbi e non certezze. Sebbene non sappia ancora dire se il romanzo sia stato da me odiato o anzi amato, sebbene non sappia trovare un aggettivo qualificativo da attribuirvi, posso limitarmi a notare che tutte le più grandi opere della letteratura generano dubbi. La grandezza degli autori del passato risiede proprio nella generazione di dubbi e perplessità, e non nell’offrire certezze. Davvero Penelope non ha riconosciuto Odisseo dopo l’arrivo a Itaca? E la pazzia di Don Chisciotte, è davvero pazzia? E di esempi del genere se ne possono fare a volontà.

Quel che di certo resta, di quest’opera, è l’incertezza.
Witold Gombrowicz, Vencefot. Bohdan Paczowski
Gombrowicz in breve
La sua è una vicenda controversa. Inizia a scrivere dagli anni ’30 ma non gli vengono riconosciuti onori né glorie. La sua opera si inserisce nella tradizione dell’Houmor e del Grottesco di Rabelais e Cervantes. Nel ’39, all’alba dell’invasione nazista della sua Polonia, si trova in Argentina e decide di rimanerci e non fare ritorno in patria. In Argentina viva in solitudine e povertà, svolgendo lavori umili e assurdi come piangere ai funerali. La comunità letteraria lo tiene ingiustamente ai margini, non gli mostrano considerazione e vicinanza neppure quando la Polonia mette al bando le sue opere (verranno pubblicate solamente alla fine degli anni ’80). Alcuni libri vengono pubblicati in Francia solo negli anni ’60, a partire dai quali, in ritardo, ci si accorge della sua importanza. Torna in Europa nel ’63 e muore in Provenza nel ’69.

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Nota. Titolo “La tragedia dello sguardo” è tratto dal commento del Professor Francesco Cataluccio nell’edizione Feltrinelli

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