Opinioni di uno stronzo

“Opinioni di un clown”, Heinrich Böll

Se si volesse fare una lista degli scrittori più importanti del ‘900, tra questi si dovrebbe necessariamente fare il nome di Heinrich Böll. La critica sarebbe concorde, l’Accademia di Svezia non potrebbe dire altrimenti (visto il Nobel conferitogli nel 1972) e sicuramente ci sarà, tra coloro che leggeranno questa recensione, chi ne sarà d’accordo.
Opinioni di un clown è il primo libro che leggo di Böll e può bastarmi a capire che non esagera chi cita lo scrittore di Colonia nel novero dei maestri.

_Opinionidiunclown_1332981568È un’opera estremamente interessante, perché oltre ad aprirci una finestra
sull’assurda personalità del protagonista Hans Schnier, ci proietta nella Germania Ovest dei primi anni ’60, governata ininterrottamente da quasi quindici anni dal cancelliere Konrad Adenauer, leader dalla CDU ( Unione Cristiano-Democratica) e aiutata a distanza dagli Stati Uniti attraverso il Piano Marshall. Non è una nozione storica fine a se stessa, perché serve ad avere un quadro ben chiaro della società che Böll vuol colpire con la sua critica velata.
Se l’attacco al Piano Marshall e a quel che rappresenta nel quadro geopolitico dell’epoca è più celato, ben più evidente è il biasimo nei confronti della borghesia cattolica. Il cattolicesimo è il chiodo fisso di Schnier, il suo tormento: cattolica è la mentalità accusata per aver perso la sua compagna, Maria, estremamente cattolica; cattolico è Züpfner, l’uomo con cui Maria è ‘scappata’ [Non sono spoiler: stiamo esattamente all’apertura del romanzo]; cattolico è il substrato sociale tanto odiato da Schnier.

Ma il vero fulcro del romanzo, come il titolo da ad evincere, sono le opinioni di
Hans Schnier, clown e pantomimo di professione. La storia sia apre con Hans che si avvia sulla strada del declino: Maria lo ha lasciato e il ginocchio è gravemente infortunato: l’essere stato lasciato lo porta a sfogarsi nell’alcol, abitudine che, ben più del so infortunio, lo porterà a perdere il lavoro, stroncato dai critici sui più importanti giornali.
Hans allora inizia a ricordare quel ch’era stata la sua vita con Maria, la gioventù in famiglia, il rapporto col fratello e la povera sorella, l’astio nei confronti dei genitori; e sullo sfondo di queste vicende troviamo gli eventi più importanti dell’ultimo secolo: la fine di Weimar, la dittatura nazista, il conflitto mondiale. Ma non è un romanzo storico: tutte queste vicende restano appena accennate, quasi tratteggiate solo nei contorni, date per scontate per un pubblico dei primi anni ’60. Quel che veramente importa è Hans.

E ora devo necessariamente concentrarmi su di lui.
AVVISO: per chi è sensibile alle anticipazioni (non spoiler però) e preferirebbe scoprire la personalità di Hans attraverso Böll e non me, può benissimo non continuare la sua lettura. Per chi ha invece interesse e non si fa problemi, continuiamo!
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Incomincio col dire che più leggevo e più aumentava la mia antipatia nei confronti di Hans, esponenzialmente, capitolo dopo capitolo, per toccare il culmine nella parte finale. E premetto: tutto rientra nelle intenzioni di Böll. Sbaglia chi non scinde la qualità dell’opera dalla personalità del suo protagonista. Il fatto che Hans arrivi a risultare odioso non equivale al fatto che il romanzo perde la sua importanza e bellezza. La grandezza di Böll sta nel regalarci un personaggio tanto vero e reale da risultarci antipatico; ci offre un protagonista in cui non è richiesto rispecchiarci (ma al massimo riconoscerete qualcuno incontrato nella vostra vita, qualcuno che nella vostra esperienza vi ha fatto lo stesso effetto che nel romanzo vi farebbe Hans); ci fa amare il romanzo che è la vita di un uomo che non amiamo.  Che dire, complimenti!
Premesso questo: da cosa deriva la mia antipatia per Hans?
Hans è un uomo vicino alla trentina: aveva un lavoro, che s’è fatto portar via dai suoi errori; aveva una donna, che s’è fatto portar via, prima che da Züpfner, dai suoi errori; aveva una vita, e ha dato anche quella in pasto ai suoi errori. Ma non di quegli errori che naturalmente si fanno nella vita e di cui poi ci pentiamo: errori dovuti alla sua immaturità, alla sua avarizia, al suo nichilismo, al suo concentrarsi esclusivamente su di sé, e di cui mai si accorge.
Aveva circa vent’anni quando si presenta in camera di Maria: erano solo conoscenti, ma lei capisce che lui vuole portarsela a letto. Forse perché gli vuole bene e non ha ingenuamente il cuore di deluderlo, forse perché sa che una donna (per l’epoca e per la mentalità in cui Maria viveva) non può opporsi a un uomo, o per qualsiasi altro motivo, non oppone resistenza. Fanno quel che devono fare, lei gli rivolge un affetto tanto timido quanto profondamente materno e sincero.

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Il giorno dopo, come Hans ovviamente già sapeva, lei per lo scandalo di un rapporto fuori e prima del matrimonio, lascia la casa e la scuola e segue Hans nel suo peregrinare senza meta, senza criterio e senza soldi. Ma Hans non si preoccupa mai di aver rovinato la donna che per un capriccio ha portato a letto. Il gioco valeva la candela? Assolutamente no, diremmo. Assolutamente sì, direbbe invece Hans.
La sua relazione con Maria dura all’incirca sei o sette anni: lei ha aborti (ho il dubbio che fossero del tutto naturali, fatto sta che Hans non si pone neppure il problema) durante i quali lui non c’è mai; ogni volta che lei non sta bene, lui è a fare altro, impegnato altrove; quando sono insieme, da sfogo alla sua immaturità attaccando brighe con chiunque, umiliando di conseguenza lei. Ecc, ecc. Eppure, analizzando questi episodi nella sua memoria, Hans non ammette mai un errore. La colpa è del Papa, è dei cattolici, è di Maria, è di Züpfner, è di Vattelappesca, ma la sua mai.
Come non è mai colpa sua che la sua vita è ormai ridotta alla più squallida povertà e solitudine. E qui rientra in gioco il suo essere schifosamente avaro e spendaccione: tutte le persone che conosce, i suoi familiari, non sono parenti o amici, ma possibili suoi creditori. Telefona al fratello solo per chiedergli tutti i suoi risparmi e si lamenta se sono pochi. E quando il fratello decide di dargli tutto quello che ha, la prima cosa che fa Hans è rifocillarsi di sigarette.

Chiede prestiti a chiunque: umilia il padre perché non gli concede abbastanza, chiama persino la sua amante per intercedere in suo favore e avere una somma più alta. Si mette in contatto con vecchi conoscenti e nemici solo col pretesto di chiedere denaro. Quando un suo vecchio amico, in pena per Hans, gli concede 8 marchi, cosa fa Hans? Abbandona la fermata del pullman che stava aspettando con l’amico per chiamare un taxi, scappando senza un grazie dall’amico e spendendo per la corsa proprio gli 8 marchi. E quando il padre non gli da quanto lui pretende (un sussidio di mille marchi al mese), getta dalla finestra l’unico marco che gli era rimasto per vivere. Arriva a pensare persino di chiedere denaro a Maria e Züpfner.
Non si vergogna, non si preoccupa di togliere i risparmi ai suoi parenti e amici, di approfittare della loro benevolenza (in realtà guadagnando solo una solitudine più ampia); al contrario, gode nel far sentire in colpa gli altri, nel rinfacciarli colpe vecchie, antiche, in apparenza irrilevanti. Hans gode quando il padre quasi piange dopo che gli ha rinfacciato di essere stato un padre e mai si preoccupa degli altri, solo di sé.
E allora come può non indignare?

Ma a parte questo, il romanzo ha il dono di restare piacevole, e per quanto abbia odiato Hans, ho amato come Böll mi ha raccontato la sua vita.

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