La trama (sfilacciata e deludente) del matrimonio

“La trama del matrimonio”, di Jeffrey Eugenides

La trama del matrimonio è uno di quei romanzi studiati per intrigare fin dalla quarta di copertina, lunga una colonna e mezzo  e tanto fitta di informazioni che ci si chiede se dopo averla letta valga ancora la pena di comprare il libro. Tanto la trama sarà tutta lì, no?

Nel caso specifico, se fosse stato così – ovvero se quel che il libro di Jeffrey Eugenides aveva da offrirmi si fosse esaurito nel riassunto del risvolto di copertina – ne sarei anche stata felice. D’altra parte il modo in cui l’opera era stata presentata mi aveva oltremodo latramadelmatrimonio_copertinaincuriosita: si citavano Jane Austen ed Henry James, gli studi letterari della protagonista Madeleine, la semiotica, Roland Barthes, gli anni Ottanta negli Stati Uniti come sfondo. Tanta illustre carne a cuocere, insomma, ed ero curiosissima di scoprire in cosa, praticamente, consistesse questa “rivoluzione del romanzo” che Eugenides aveva operato, questo ritorno alla trama del matrimonio e sua attualizzazione.

A qualche settimana dal termine della lettura, tuttavia, sto ancora cercando una risposta a questa domanda: possibile che sia perché sono stata incapace di cogliere la rete di sottili riferimenti testuali intessuta dall’autore o, più probabilmente, perché l’idea iniziale s’è persa per strada in un mare di altri particolari più o meno utili.

La trama è presto riassunta: abbiamo tre personaggi principali; la laureanda in letteratura Madeleine, l’aspirante biologo Leonard affetto da psicosi maniaco depressiva e Mitchell, lo studente di teologia alla ricerca di sé stesso e di un dio. Prendi tre ragazzi poco più che ventenni e un romanzo intitolato La trama del matrimonio: cos’altro pensate che possano fare, se non inscenare un triangolo amoroso dal retrogusto già sentito?

Madeleine si innamora perdutamente di Leonard e della sua malattia mentale, Leonard ricambia e cerca di sopperire alle sue mancanze economiche con le pingui finanze di lei e Mitchell, innamorato perso di Madeleine da anni e fermamente convinto che prima o poi si sposeranno, parte per un viaggio di formazione post laurea.

Ad avere qualche attinenza con le colte promesse della quarta di copertina è solo la prima parte della storia, in cui si rievocano brevemente i primi anni da universitaria di Madeleine e la sua passione per la letteratura e si descrivono il corso di letteratura in cui ha incontrato Leonard e la sua insana ossessione per Roland Barthes e il suo Frammenti di un discorso amoroso.

Dopo, quando la trama si mette in moto tra la partenza di Mitchell e la scoperta di Madeleine della malattia mentale di Leonard, ci si aspetterebbe che in qualche modo quel che era stato accennato in teoria nelle prime pagine venga messo in pratica nel seguito: invece tutto sembra perdersi in un romanzo che diventa tutto trama, e una trama anche abbastanza insipida; a cominciare dai personaggi che la popolano.

Jeffrey Eugenides, vincitore del Premio Pulitzer nel 2003 grazie al suo romanzo "Middlesex"
Jeffrey Eugenides, vincitore del Premio Pulitzer nel 2003 grazie al suo romanzo “Middlesex”

La più insopportabile risulta senza dubbio Madeleine stessa: se non fosse per la sua passione per la letteratura vittoriana, la protagonista assoluta del romanzo non avrebbe un briciolo di personalità autonoma. È bella, anzi, bellissima, ma inconsapevole di esserlo; non ha praticamente amici, se si eccettuano Mitchell, usato per rimpinguare le carenze della sua vita sociale nei momenti in cui ne ha voglia, e le due coinquiline che cancella inspiegabilmente dalla sua vita dopo le prime cento pagine del romanzo, colpevoli del grave peccato di aver evitato che si legasse ad uno psicopatico.

Per il resto, la sua vita ruota intorno a Leonard. La nascita del loro amore è repentina e improvvisa: frequentano lo stesso corso, si guardano, prendono un caffè insieme qualche volta, vanno al cinema e poi finiscono a letto insieme. Insomma, non è che ci debba essere per forza un perché quando nasce un amore, ma una relazione che nasce all’insegna del più completo perché sì non può non deludere almeno un po’.

Da quel momento, Madeleine vive per Leonard. Si lasciano, ma lei è pronta a correre da lui non appena sa della sua malattia, e da allora vive in funzione di lui; non si oppone alla prospettiva di perdere ogni istante per se stessa, di mettersi in pericolo, accetta serenamente di sposarlo.

Madeleine viene spacciata per una ragazza colta e intelligente, eppure la sua leggerezza nei confronti della malattia del fidanzato/marito lascia allibiti. Non si ferma neanche per un attimo a riflettere sull’opportunità di legarsi stabilmente ad una persona gravemente malata, e d’altra parte mostra di cogliere la portata del disagio di Leonard solo nelle ultime pagine: tant’è che, quando gli chiede se non riesce proprio ad essere felice almeno un’ora ad una festa, Leonard si vede costretto a ricordarle che la depressione è una malattia, e che l’essere depresso vuol dire che proprio no, non riesce ad essere felice neanche ad una festa. È questo il problema.

Madeleine non mostra di darlo a vedere, e quando riesce a staccarsi da Leonard è solo per diventare fastidiosamente dipendente dai propri genitori e da Mitchell. Le ultime pagine vorrebbero essere per lei un tardivo riscatto, ma riescono solo a recuperare in parte quello che era lo spirito iniziale del romanzo.

Ci si chiede se Eugenides abbia consapevolmente voluto dipingere un’eroina mediocre o se ha davvero pensato che Madeleine Hanna possa stare al passo di una protagonista di Jane Austen o delle sorelle Brontë: non immagino proprio Emma Woodhouse che litiga in maniera così petulante con il proprio padre o Lizzie Bennet che ha bisogno di un uomo al suo fianco per sentirsi realizzata.

I due personaggi maschili, Mitchell e Leonard, sono parzialmente più riusciti: in Mitchell si rispecchia evidentemente l’autore stesso; sia per le origini greche e la residenza a Detroit, sia per il suo essere il personaggio più introspettivo e consapevole della storia: è lui stesso infatti, pronunciando le battute finali con cui rinuncia a Madeleine, a enucleare il messaggio di fondo del libro.

Leonard è visto per la maggior parte attraverso gli occhi di Madeleine, e le poche pagine che sono dedicate al suo punto di vista sono tra le più interessanti dell’opera: è evidente che la stesura di quest’opera è costata al suo autore un immenso lavoro di ricerca, pienamente riuscita nella rappresentazione della malattia di Leonard e del suo rapporto con essa.

La trama del matrimonio è un romanzo colto e forbito: contiene digressioni letterarie, mediche, biologiche, quando si parla del lavoro di Leonard al laboratorio di Pilgrim Lake, e teologiche, quando si parla del pellegrinaggio di Mitchell e del suo controverso rapporto con la divinità.

Le pagine in cui Mitchell visita l’India e vede Madre Teresa di Calcutta sono profonde e toccanti; anche se la sua epopea è appesantita da una certa quantità di brani e disquisizioni di carattere prettamente teologiche poco interessanti ai fini della trama.

Non so dire se questo sia un buon romanzo o no: di certo è fallito nel suo intento principale, perdendosi in tutt’altre – seppur a volte piacevoli – disquisizioni. Risulta frammentario, e a rimanermi nel cuore non sarà certo, nel suo complesso, la storia d’amore tra Madeleine e Mitchell o l’ossessione di Mitchell per Madeleine, ma il vagabondaggio di Mitchell per le strade di Calcutta, Leonard impazzito al casinò e le sue lunghe telefonate, il personaggio freddo e paziente della mamma di Madeleine.

Ironia del destino, La trama del matrimonio è un romanzo che fallisce proprio sul fronte della trama.

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