“Voglio essere un tamburo”: Voci dal Mozambico

Viaggio nella letteratura del Mozambico

Acquattato di fronte al Madagascar, il Mozambico se ne sta rannicchiato in Africa orientale da anni ed anni. Cosa fa, durante le estati torride e gli inverni freddi? Ascolta storie. Di villaggio in villaggio, in mille dialetti diversi, gli anziani raccontano storie, ricordano proverbi, intonano canzoni. Una ininterrotta voce tonante regola e plasma ogni aspetto della vita quotidiana: le storie narrate durante le feste non hanno solo la mera funzione di intrattenere gli ascoltatori, ma vogliono creare un mondo, vogliono insegnare un modo di guardare e di vivere la realtà.”Fruit Market” di Malangatana Valente Ngwenya (1936-2011), considerato il maggior artista del Mozambico

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“Fruit Market” di Malangatana Valente Ngwenya (1936 – 2011), considerato il maggior artista del Mozambico

 

Tale patrimonio orale, che continua ad essere trasmesso e incrementato ancora oggi, viene affiancato da una produzione scritta molto tardi rispetto agli altri paesi Africani. La causa va cercata prima di tutto nell’ingerenza del cattolicesimo, religione imposta dai coloni portoghesi, che ha represso, ingabbiato e ritardato ogni forma espressiva propria del popolo mozambicano – a partire dal linguaggio: la maggior parte della produzione letteraria del Mozambico è scritta in lingua portoghese.

Una delle primissime forme di espressione del popolo Mozambicano è, nel 1918, la fondazione, da parte dei letterati João Albasini e Estácio Dias, della rivista settimanale O Brado africano (Il ruggito africano), scritta sia in portoghese che in ronga, lingua autoctona. Ogni inserto della rivista, a cominciare dagli scritti pubblicati da vari autori del luogo fino ai trafiletti dedicati alle casalinghe, è uno sforzo verso l’unita nazionale e la consapevolezza. Molti autori mozambicani sono giunti alla fama proprio grazie alla pubblicazione delle loro opere su questa rivista: è il caso dello stesso João Albasini, con il suo libro di novelle O livro da dor (Il libro della sofferenza, 1925).

opera di Ezequiel Mabote, artista di origine mozambicana
opera di Ezequiel Mabote, artista di origine mozambicana

Contemporaneo di Albasini fu Rui de Norhona (1909 – 1943), uno dei padri della poesia mozambicana e il primo autore a mischiare insieme portoghese e ronga nelle sue poesie. Cominciò a collaborare con O brado africano a soli diciassette anni. Dai suoi Sonetos emerge la figura di un uomo introverso e tormentato (si narra che la sua prematura morte sia dovuta ad una delusione d’amore), ma anche lucidissimo critico della società.

João Dias (1926 – 1949), figlio del cofondatore de O brado africano, Estácio Dias, è ricordato come il fondatore della letteratura di finzione mozambicana. Morto tragicamente a soli 22 anni durante i suoi studi in Portogallo, la sua unica opera, Godido e altri racconti, pubblicata postuma, fu un caso letterario. Attorno alla sua figura si formò negli anni successivi alla sua morte un’iniziativa nota come Brigada João Dias, che consistette nell’azione di un gruppo di scrittori che sensibilizzarono nei villaggi e nelle fattorie la popolazione alla lettura e alla conoscenza degli autori mozambicani, sottovalutati e poco noti alle masse.

 

La fine della Seconda Guerra Mondiale fu uno spartiacque nella storia di molti paesi africani: la maggior parte degli stati, infatti, cessò la sua politica coloniale nel secondo dopoguerra. Non fu il caso del Portogallo: la strada per l’indipendenza della nazione, infatti, è ancora lunga e passa attraverso la fondazione del FRELIMO, Fronte di liberazione del Mozambico, un partito di matrice socialista a cui aderirono la maggior parte degli intellettuali dell’epoca. In questo periodo la letteratura è inscindibile dalla politica e la funzione sociale da sempre insita nella poesia mozambicana è più evidente che mai.

 

Nel 1952 fu fondato il periodico Msaho: sulle sue pagine furono pubblicati autori del calibro di Noemia de Sousa (1926 – 2002), madre fondatrice della Moçambicanidade, il nazionalismo culturale degli anni Cinquanta che definì quello che si intende tuttora per cultura portoghese e il cui spirito è riassunto nei versi che si riportano in traduzione:

Condemning me to eternal darkness now my African

soul is illuminated and discovered the fraud

and screamed, screamed, screamed a thousand times:”Enough!”

(dalla poesia “I will rise lucid”, tratta da Sangue Negro)

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Noemia de Sousa

Contribuì alla definizione del concetto di Moçambicanidade anche José Craveirinha (1922 – 2003), poeta nazionale mozambicano e primo autore africano a vincere, nel 1991, il Prémio Camões, il più importante riconoscimento per la letteratura in lingua portoghese. Attivissimo giornalista e membro del  FRELIMO, la sua fervente attività politica gli costò quattro anni di reclusione e lo costrinse a pubblicare molte delle sue opere sotto pseudonimo. Ricordiamo in particolare Cantico a un dio di catrame, pubblicata per la prima volta da una casa editrice italiana a causa della censura a cui sarebbe stata soggetta in patria. Craveirinha dice di sé:

 

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José Craveirinha

«Sono nato per la prima volta il 28 maggio 1922. Questo una domenica. Mi hanno chiamato Sontinho, diminutivo di Sonto. Questo da parte di madre, è chiaro. Da parte di padre sono rimasto José. Dove? Nell’Avenida do Zihlala, tra l’Alto Maé e Xipamanine. Quartieri di chi? Quartieri di poveri. Sono nato per la seconda volta quando mi fecero scoprire che ero mulatto. Poi andai nascendo in seguito alle circostanze imposte dagli altri. […] Nacqui ancora nel giornale “O Brado Africano”, lo stesso nel quale nacquero anche Rui de Noronha e Noémia de Sousa.  […] Scrivere poesie, il mio rifugio, il mio Paese anche. Una necessità angosciosa e urgente di essere cittadino di questo Paese, molte volte, alle ore piccole.»

 

Tra i moltissimi altri intellettuali che pubblicano in questi anni su svariate testate mozambicane, si ricorda Marcelino dos Santos, che pubblicò alcune opere sotto lo pseudonimo di Kalungano ma è famoso soprattutto come uomo politico; ed è l’esempio di come in Mozambico letteratura e politica siano state a lungo inseparabili; Luís Bernardo Honwana e Virgilio de Lemos, cui l’impegno politico costò l’esilio in Francia, di cui riportiamo alcune parole che ben riassumono l’attitudine del Mozambico e dell’Africa in generale verso l’arte: ”Coloro che affermano che il poeta o un qualsiasi scrittore dovrebbe parlare con la sua voce individuale per esprimere le sue proprie esperienze seguono il sentiero della cultura Occidentale.”

 

L’indipendenza nazionale arriva dopo dieci anni di guerra, nel 1975, e il FRELIMO  si impone come partito dominante. La letteratura prende una nuova via: nonostante l’identità nazionale e la storia del Mozambico restino tra i temi dominanti, nella letteratura contemporanea c’è spazio anche per l’introspezione e per la sperimentazione.

Tra i maggiori autori mozambicani dei giorni nostri si ricorda Paulina Chiziane, che con la pubblicazione di Balada de Amor ao Vento è diventata la prima autrice mozambicana a pubblicare un romanzo,  vincitrice del premio José Craveirinha per gli  scrittori del Mozambico con l’opera Niketche. Una storia di poligamia.

 

Ungulani Ba Ka Khosa  è famoso in particolare per l’opera Ualalapi, un romanzo storico che narra le gesta dell’ultimo re di Gaza (regione del Mozambico) prima dell’arrivo dei conquistatori portoghesi. Dalle pagine dell’opera emerge il dramma dell’impossibilità di determinare scientificamente la storia: i punti di vista sono frammentati, nel tentativo di ottenere una visione globale degli eventi narrati. In una prosa terribile e precisa, l’autore racconta la tragedia nazionale della sua patria.

 

Da ultimo – ma si potrebbe continuare – citiamo Mia Couto, biologo e scrittore, l’autore mozambicano forse più conosciuto in Occidente e secondo mozambicano a vincere il premio  Premio Camões, assegnatogli nel 2013. Couto è autore di oltre 23 opere tra raccolte di racconti e romanzi, alcune delle quali sono edite in Italia da Sellerio. L’opera a cui deve la fama, il romanzo Terra sonnambula (1992), analizza il periodo storico che il Mozambico attraversò dopo l’indipendenza politica del Portogallo e fornisce un vivo ritratto di una terra divisa tra il ricordo di un passato mitico e un presente duro e disillusa. Fra le sue opere più famose ricordiamo anche La confessione della leonessa (2008), romanzo ispirato ad un evento di cronaca riguardo alcune donne divorate da leoni durante una spedizione scientifica. Nel romanzo di Couto, la minaccia per le donne lavoratrici è al confine tra animale e sociale, specchio di una società ancora molto maschilista e patriarcale in cui le donne devono continuamente guardarsi alle spalle per evitare di essere mangiate dalla vita e dalla società.

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Mia Couto

In un’intervista al The guardian del 15 agosto 2015, Couto afferma:

“Sono un uomo bianco e sono Africano; figlio di europei e mozambicani, uno scienziato che vive in un mondo molto religioso; uno scrittore in una società orale. Si tratta di mondi apparentemente contraddittori che mi piacerebbe unire perché sono parte di me. Quando penso a un personaggio, è una persona di colore, il 99% dei mozambicani sono neri… Voglio raccontare storie al confine, e che oltrepassano confini.”

È con il lungimirante ottimismo di Mia Couto che si chiude questo articolo, anche ci sarebbero molto altro da dire e da scoprire riguardo la storia e la letteratura di questo paese coraggioso e combattivo: l’invito è a scoprirlo da voi, ad andare oltre i chilometri, il caldo, il disagio di una cultura che non combacia con la propria per scoprire frammenti di bellezza che sarebbero rimasti nascosti per sempre senza questo atto di coraggio. Da qualche parte, tra le vie caotiche di Maputo o nei silenzi della savana, c’è qualcosa in grado di suscitare un’emozione, un ricordo o una sensazione unici e irripetibili– bisogna solo andare a cercarli.

(N.B: L’immagine in primo piano è l’opera”Village Market” di Isaac Sithole (1974), esponente del Realismo Sociale nell’arte mozambicana. La prima parte del titolo è una citazione di una poesia di Craveirinha )

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