Requiem dei destini mutati

“Cade la terra”, di Carmen Pellegrino

Che gliene era venuto da quella luce metallica? Al balenio della stoppa nelle lampade a petrolio tutto sarebbe stato ancora possibile, tutto da fare. Sotto il chiarore torvo della luce elettrica ogni cosa si era di colpo compiuta.

Cade la terra è un romanzo di cui si è molto discusso e che ha attirato su di cade-la-terra_copertinasé parecchi riconoscimenti: dal Premio Rapallo Carige Opera Prima per la Donna Scrittrice alla finale del Premio Campiello e a quella del Premio Porta d’Oriente. La maggior parte della fama di quest’opera deriva tuttavia dal web: digitando su Google il titolo del romanzo si ha accesso al sito web dell’opera, dove sono raccolti tweet e hashtag di vari fan del lavoro dell’autrice, Carmen Pellegrino, riguardo varie circostanze di contorno dell’opera. Con la pubblicazione di Cade la terra sembra infatti che il lavoro dell’autrice come abbandonologa sia stato universalmente riconosciuto.

Cosa fa un’abbandonologa? Censisce luoghi abbandonati: teatri, chiese, vecchi borghi, luna park, e ne racconta la storia. Per intraprendere una simile carriera ci vogliono di certo estro e coraggio, e Carmen Pellegrino pare sia estrosa che coraggiosa: basti pensare che, nella quarta di copertina della sua opera, è possibile leggere che nel tempo libero partecipa a funerali di sconosciuti. E dopo aver letto Cade la terra, non è qualcosa di cui stupirsi.

carmen pellegrino
Carmen Pellegrino

L’intero romanzo assume infatti le tinte malinconiche e fosche di un requiem, intonato appena prima dell’ultima, disastrosa frana che sommergerà per sempre l’immaginario paese di Alento. La sua ultima abitante, la protagonista Estella, è la direttrice d’orchestra: è lei che ricorda i destini della povera gente di Alento, sparsi in un secolo di storia, è lei che invita i morti alla sua tavola e li allieta con pasti surreali.

La storia della stessa Estella – appena intravista tra le righe – ha le tinte di una parabola e di un paradosso: scappata da un convento dove era entrata giovanissima, a soli diciotto anni Estella inizia a lavorare ad Alento come istitutrice. Qui legherà le sue sorti a quelle di Marcello, la sua controparte maschile: tanto Estella è determinata, empatica e sognante; tanto Marcello è scoraggiato e intriso di una tristezza che prende le vesti della perfidia. Alle loro voci si intrecciano, capitolo dopo capitolo, quelle degli Alentesi del Novecento: il tempo è un unico tessuto accogliente, in Cade la terra, che assorbe decennio dopo decennio le storie di padri, figli, uomini e donne (ma soprattutto donne).

La Pellegrino nasce come scrittrice di racconti: i capitoli dedicati ai vari abitanti del paese, delle piccole storie a sé, sono infatti la parte più pregevole ed emozionante dell’opera. Con pochi tratti, Carmen Pellegrino dona vita ai suoi personaggi (in alcuni casi, tramite la rielaborazione di reperti storici, la restituisce a persone realmente esistite), apre dibattiti su tematiche attuali dalle quali non possono che scaturire miriadi di domande e di dubbi (per citarne una: verrà prima o poi il mondo delle donne?).

Nello struggente e onirico finale, tuttavia, tutte le storie riescono ad amalgamarsi e stringersi insieme, creando le struggenti battute finali dell’opera. Lo stile si fa più aulico, la prosa essenziale e ravvicinata: all’improvviso ogni periodo va letto con estrema attenzione, perché in ognuno c’è una chiave per capire la verità tra le righe dell’opera.

Sì, perché come per tutte le grandi opere, in Cade la terra è impossibile capire con chiarezza cosa sia giusto e cosa sbagliato, se è possibile o no cambiare i destini, se la memoria basta a farlo e se il tempio di Estella ha ragion d’esistere o sarebbe meglio lasciare i morti e le case sul punto di crollare lì dove sono.

roscigno vecchia
Il borgo abbandonato di Roscigno Vecchia, a cui l’autrice si è ispirata per la creazione di Alento

Di questi dubbi e di queste riflessioni è intriso il paesaggio di Alento, che l’autrice ha completamente inventato e che è in ogni sua scoscesa altura, in ogni radice del suo grande olmo funzionale a farsi espressione dei sentimenti del popolo malinconico dell’opera. Al posto giusto c’è la fossa in cui una giovane pone fine ai suoi giorni, la strada su cui una donna colta di sorpresa partorisce, la casa in cui un ragazzo cresce. Ogni mattone è parte della storia, nella sua lenta discesa verso lo sgretolamento.

Tra gli altri pregi, Cade la terra è un’opera estremamente colta: Carmen Pellegrino allega alla postfazione una ricchissima “bibliografia”, riconoscendo, con gesto abbastanza inusuale, che la sua arte non è piovuta dal cielo, e che la sua formazione e il suo stile sono stati resi possibili da autori più e meno noti. Tanta prosa ma anche tanta poesia, tra questi nomi: basti pensare che ognuna delle tre parti che compongono il romanzo è preceduta da una poesia di uno dei tre autori il cui calco è più evidente nell’opera: Alfonso Gatto, Eugenio Montale e Giovanni Pascoli.

Cade la terra è il grandioso ed elegante funerale di un Paese intero, un saluto, un sospiro, un’ultima lacrima composta sulle macerie. La voce della sua autrice è forte e decisa, ha qualcosa da dire e una storia da raccontare di cui sa ben stringere le redini. Leggetelo se siete malinconici, se volete trovare la forza per impegnarvi, se cercate qualcosa su cui riflettere.

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