Concorso letterario cercasi? Campiello Giovani!

Ne parliamo con la vincitrice 2015, Eva Luna Mascolino

Se siete in cerca di un concorso letterario a cui inviare un racconto e non avete già compiuto i 22 anni, allora state bene attenti.

Probabilmente non sarà la prima volta che partecipate a un concorso, o forse sì, avete deciso finalmente di mettervi alla prova, ma i risultati delle vostre ricerche online vi scoraggiano: qualcuno chiede una quota di partecipazione in denaro, qualcun altro impone un tema fisso che non è nelle vostre corde oppure che non corrisponde a qualcosa che avete già pronto, altri invece non vi convincono per innumerevoli altre ragioni.

Da quasi vent’anni, ormai, per i concorsi letterari riservati ai giovani, c’è un unico punto di riferimento: Il Premio Campiello. Gratuito e senza vincoli di tema.Logo-Campiello-Giovani

Il premio letterario più prestigioso in Italia – che dal ’63, quando a vincere fu Primo Levi, ha premiato gli scrittori più importanti della nostra Letteratura – ha aperto una sezione riservata ai giovani esordienti, a partire dalla metà degli anni ’90. Tra i tanti promettenti ragazzi che da allora sono stati riconosciuti dall’esperta giuria, si ricorda, in finale nel 2003, l’allora ventenne Paolo di Paolo, oggi giornalista, scrittore (Feltrinelli e Rizzoli), nel 2013 sul podio del Premio Strega.

L’edizione 2015 del Premio si è 0.jpgconclusa a settembre, al Teatro La Fenice  di Venezia, con la vittoria di Marco Balzano (Sellerio).
Sullo stesso palco è stata premiata la vincitrice della sezione Giovani, Eva Luna Mascolino, con il racconto Je Suis Charlie

È con lei che parleremo del Campiello Giovani, offrendovi la sua esperienza. Impossibilitati a incontrarla perché attualmente in Erasmus in Francia, l’abbiamo raggiunta tramite i social.
 

– Innanzitutto complimenti. Un bel riconoscimento! Dicci la verità, te lo aspettavi? Un gran bel riconoscimento, quasi fin troppo! Alle volte penso ancora che non sia stata io a vincere, ma magari un mio alter-ego più fortunato di quanto non lo sia io, che di solito di complimenti in questo settore ne ricevo pochi. In verità non me lo aspettavo: avevo partecipato con moltissime speranze, ché quelle sono spesso irrazionali e spontanee. Chiunque partecipa con il sogno di potere arrivare fino alla fine, però stavolta la parte razionale di me la pensava in maniera nettamente diversa. Non contavo neppure sulla semifinale, perché ero convinta che la storia fosse troppo complessa, che coinvolgesse troppo poco emotivamente e che si potesse scambiare per uno squallido tentativo di cavalcare la cresta dell’onda.

– Il tuo racconto s’intitola Je Suis Charlie, e già dice tutto. Cosa hai voluto raccontare con la tua storia? Ecco, infatti. L’attentato alla redazione era avvenuto da qualche giorno, quando mi sono decisa a partecipare al Concorso e mi sono resa conto che mancavano poco più di 48h prima che ne scadesse il termine. Non avevo ancora trovato nessuna tematica di cui volessi parlare, se non una ancora vaga e sconnessa: in testa mi ronzavano solo percezioni post-attentato, ne sono stata molto turbata per tante ragioni e volevo dare voce ai miei pensieri. Così, mi sono tuffata a capofitto nell’invenzione di una storia che me lo permettesse, e che tenesse conto anche della trama che avevo iniziato a sviluppare in precedenza. Ad aiutarmi in questa scelta è stata una persona a me molto cara, che mi ha dato un’intuizione preziosissima in tal senso. Quello che ho deciso di raccontare non ha niente a che vedere con i torti o con le motivazioni di un gesto così efferato: riguarda, piuttosto, la manipolazione mediatica che ne è seguita. Riguarda la curiosità morbosa e da gossip che ha fatto scatenare giornalisti e lettori, riguarda il fatto che molte tragedie vengono esposte in vetrina e denudate del loro senso più profondo e del loro sapore di lutto e di serietà. Perciò, ho parlato della storia di un uomo qualsiasi, la cui vicenda personale diventa oggetto compulsivo di interesse da parte dei media, solo perché lui in qualche modo era stato legato alle pubblicazioni del settimanale francese. Era una maniera per fare denuncia tramite la narrativa, per parlare della realtà tramite la finzione.

– Tornando al concorso, raccontaci come hai scoperto la sezione giovani del Campiello. Era la prima volta che partecipavi? No, non è stata affatto la prima volta, ho iniziato a partecipare due anni fa. Ho scoperto il Concorso grazie ad una mia cara amica a distanza. Mi aveva suggerito lei di dare un’occhiata al bando e, a propria volta, lo aveva fatto anche un mio amico di liceo: era il 2012 e lui, alla fine, aveva scelto di inviare una storia. È arrivato addirittura in finale, è stato bravissimo ed io ho fatto il tifo per lui fino alla fine. L’anno successivo, però, ho deciso di darmi un’opportunità: se ci è riuscito lui, mi sono detta, non è escluso che qualcosa di bello possa capitare anche a me. In effetti, nel 2013 sono stata selezionata fra i 25 semifinalisti: quella è stata forse la sorpresa più inaspettata. L’anno scorso ho ancora partecipato, ma senza arrivare neppure in semifinale. Quest’anno ho deciso di continuare, perché non sono una che si dà facilmente per vinta. Così, alla fine, è arrivata la seconda sorpresa, stavolta la più grande.

– Parlaci di quello che è avvenuto: hai inviato il tuo racconto a gennaio 2015, e poi? E poi, per due mesi, ho fatto finta di non ricordarmene. Il giorno in cui sarebbero dovuti uscire i nomi dei semifinalisti, invece, ho controllato compulsivamente il sito del Campiello, nell’attesa che venisse resa nota la lista. Nel frattempo, in facoltà, ho parlato con un mio collega della mia impazienza e ho scoperto che anche lui aveva deciso di prendere parte al Concorso: dopo poco, abbiamo scoperto di essere stati selezionati entrambi e siamo partiti insieme per Verona (Per la selezione dei finalisti, N.d.R), soddisfatti tanto quanto partecipanti che quanto amici nel pieno di una splendida esperienza comune. La selezione è stata, in effetti, adorabile. Abbiamo avuto modo di scoprire la città, da un lato, e di conoscere gli altri semifinalisti con tante battute e con tanta allegria condivisa, dall’altro. Siamo stati circondati da libri, da gente interessata, da voglia di scrivere. E abbiamo sentito entrambi leggere ad alta voce l’incipit del nostro racconto, quando sono state rivelate in questo modo a teatro le cinque storie passate in finale. La sensazione di avercela fatta fino a lì entrambi è stata straordinaria, davvero!

– A settembre siete stati invitati a Venezia, insieme ai finalisti “senior”. Che esperienza è stata? Sì, a Venezia mi sono resa conto che ero stata sul serio fortunatissima: non solo avevo la possibilità di essere lì, ma c’ero con delle persone meravigliose. Parlo degli altri finalisti della sezione Giovani, che ho conosciuto meglio in quell’occasione e con i quali è nato un rapporto di amicizia di gruppo che, almeno finora, secondo me ha tutte le carte in regola per essere indissolubile. Viviamo un po’ tutti sparpagliati per l’Italia, è vero, però abbiamo i nostri modi di comunicare, di raccontare di noi e di leggere anche quello che ciascuno di noi racconta per iscritto: siamo una sorta di piccola famiglia acquisita di aspiranti scrittori che si vogliono sinceramente bene, è un legame fantastico e inatteso, che ci ha colti tutti piacevolmente alla sprovvista. L’esperienza è stata indimenticabile anche per via dell’atmosfera creatasi con i “senior”: ho dei ricordi particolarmente piacevoli legati soprattutto a Carmen Pellegrino, sempre disponibile e affettuosissima, a Marco Balzano, che non ha mai mancato di dimostrarmi la sua stima e il suo appoggio, e a Vittorio Giacopini, la cui modestia, intelligenza ed ironia mi hanno conquistata. Ogni tappa della finale a Venezia è stata, insomma, una tappa corale, vissuta con gioia e con il desiderio di stare bene gli uni con gli altri. Niente tensione pre-vittoria, niente rivalità, niente snobbismo da parte di nessuno. In una città, peraltro, dall’incanto indescrivibile. Non avrei potuto chiedere di meglio, in nessun senso.

– La proclamazione invece. Com’è avvenuta? E soprattutto cosa hai provato? È stata drammaticamente lunga e tragicamente breve. Prima che “entrassimo in scena” noi cinque, infatti, come accade durante tutte le cerimonie c’è stato da aspettare. È stato piacevole, perché abbiamo ascoltato punti di vista assolutamente degni di questo nome, ma è stato anche un po’ logorante in senso emotivo. Poi, la situazione è diventata ancora più “calda” quando, a turno, ogni finalista ha risposto a delle domande specifiche su di sé, sul racconto, sulle proprie opinioni rispetto ad alcuni temi: un momento conviviale speciale, in cui sono emersi tanti lati autentici e profondi della nostra personalità. Dopodiché, in pochissimi minuti, è stata data la parola a Ilvo Diamanti, che ha commentato la propria esperienza come giudice della giuria e che ha, poi, letto la motivazione con la quale era stato scelto il vincitore di questa edizione. Dalle prime righe non si riusciva a cogliere nulla, ma poi i riferimenti al mio racconto si sono fatti sempre più chiari e lì, mentre mi giravo alternativamente a guardare due delle finaliste e a dire “Ma è la tua storia? O è la tua?”, ho realizzato che si trattava della mia. L’unica cosa che mi ricordo di aver provato è stata una vampata di felicità intensissima: avrei voluto fare o dire qualcosa di bello e pieno di gratitudine, però ero proprio a corto, un po’ fuori controllo per l’ebbrezza. Né ci sono riuscita in seguito, perché sono stata letteralmente rapita da fotografi e giornalisti, quasi contro la mia volontà. Con loro, però, sono riuscita a dire quello che pensavo, quello che sentivo: l’enorme fierezza di avere vinto grazie ad un racconto di spietata critica sociale, che è stato quindi capito e valorizzato come meritava. Non so se lo meritassi anche io, in finale eravamo tutti talentuosissimi e non credo che qualcuno meritasse la vittoria più di altri, però il racconto in sé ha meritato di vincere, secondo me, per quello che in sé rappresentava.

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Eva premiata a Venezia da Neri Marcorè e Geppi Cucciari

– Cosa ti ha lasciato questa esperienza? E cos’è cambiato da allora in poi? Mi ha fatto provare una grande fiducia nei rapporti umani, negli incontri casuali, nel rispetto reciproco e nel riconoscimento non di chi è famoso e/o raccomandato, bensì di chi davvero lo merita. In questo caso non parlo di me, bensì dell’intera cinquina finalista, che continuo a ritenere davvero degna di essere stata selezionata. Mi ha lasciato la voglia di viaggiare, di andare incontro alle persone, di credere in me stessa a prescindere da come vadano poi le cose. La voglia di continuare ad essere come sono, di non piegarmi a certo sistema nonostante sia spesso più facile, e mi ha lasciato anche la possibilità di avere un importante biglietto da visita da presentare, nell’ambito dell’editoria. Non è ancora cambiato niente di eccezionale, da allora: ho ricevuto delle interviste interessantissime, sono stata ricontattata da persone che non sentivo da tempo e che sono state con me adorabili, però per il resto aspetto ancora il “grande passo”.

– Quindi in futuro vuoi continuare con la scrittura. Sì, per l’appunto. Il mio sogno è riuscire a pubblicare una raccolta di racconti che ho ultimato da un anno. Non è molto di moda nel mercato del libro – terminologia che a me personalmente mette i brividi -, però è un progetto in cui credo ed è l’unico che abbia sentito la voglia e la necessità di portare a termine, perciò continuo a puntare su questo e nel frattempo provo comunque a scrivere altro, per non precludermi nessuna strada. In ogni caso, ho in mente anche di laurearmi in Lingue e culture europee, euroamericane ed orientali: sono al momento in Erasmus in Francia, ritorno a casa fra un mese e avrò la tesi a cui dedicarmi, per poi sperare di proseguire gli studi nella Scuola di Traduttori e Interpreti di Trieste, con qualche importante viaggio nel frattempo e con l’ambizione costante di avere qualcosa di mio da pubblicare e qualcos’altro da tradurre.

– Ecco, a proposito di viaggi, il Premio prevedeva per il vincitore anche una vacanza-studio di due settimane in Europa.
Sì, due settimane in un paese europeo a scelta. Io ho scelto di andare in Spagna, perché non ho mai avuto il piacere di visitarla e perché si tratta proprio della mia prima lingua di specializzazione universitaria. Così ho pensato che un’immersione in quei luoghi sarebbe stata l’ideale per capire e conoscere tutto un po’ di più. Non so ancora in che periodo riuscirò a partire, però mi auguro in primavera e ho dato come preferenze Madrid e Barcellona: qualunque debba essere la meta definitiva, non vedo già l’ora!

– Un consiglio a chi vuol partecipare? Fatelo con una storia in cui credete. E fatelo anche se non avete mai partecipato prima ad un Concorso, anche se non avete idea di come gestire emozioni ed eventuali selezioni. Gran parte dei partecipanti si trova nella vostra situazione, me compresa. Eppure, è un’occasione più unica che rara, a cui non si dovrebbe assolutamente rinunciare, se si ha il desiderio di provarci e di mettersi in gioco. Serve sempre, anche quando non va bene: fa crescere sempre, anche in modi strambi e imprevedibili. E poi fatelo più di una volta, se al primo tentativo fallite. Non pensate che le cose belle debbano per forza presentarsi subito ed essere servite su un piatto d’argento. Siate i primi a credere in voi stessi, a divertirvi nello scrivere e nel non demordere. Fra qualche anno, vada come vada fino all’ultima partecipazione, vi ringrazierete di esservi concessi questa opportunità.

Grazie a Eva e in bocca al lupo!

Per chi fosse interessato a partecipare al concorso, c’è tempo ancora un mese per inviare il proprio racconto. Qui trovate il bando

 

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