Apologia di Jane Austen

Jane Austen (16 dicembre 1775 – 18 luglio 1817) è una delle autrici meno lette e più conosciute della letteratura mondiale.

Conosciute va scritto in corsivo: troverete tanta gente disposta a parlare di Orgoglio e pregiudizio e della sua autrice (per lo più in termini dispregiativi), ma raramente troverete qualcuno che ha effettivamente letto quello di cui parla, specie se l’interlocutore è di sesso maschile. Un uomo che ha letto Jane Austen è più raro di un lettore di Proust.

L’odio nei confronti dei futili argomenti trattati dalla Austen risale alle origini del mondo: basti pensare a Mark Twain, che affermò che “La sola assenza dei libri di Jane Austen, di per sé, farebbe di una biblioteca che non contenga alcun libro una biblioteca quasi accettabile”.

Chi odia Jane Austen odia l’idea di una prosa che intesse solo storie jane austend’amore, convenzioni, piccoli odi di campagna: dunque chi odia Jane Austen non sa leggere Jane Austen. Perché i suoi romanzi sono molto di più del petulante racconto di alcune esistenze effimere: in quei romanzi c’è la vita che Jane non ha mai vissuto; non per imposizione, non perché non aveva alternative: ma perché tra la libertà di scrivere, vedere e sentire e il ruolo di moglie e madre, lei ha scelto la sua penna, i suoi occhi acuti, la sua capacità di discernere il carattere delle persone nei più reconditi anditi.

Perdere quella parte della vita che coinvolgeva l’amore, i sentimenti romantici e i figli non era un grave problema, per lei: poteva pur sempre scriverne.

Jane Austen scrive di ciò che vede. Scrive di pranzi, di gite nei giardini di antiche magioni, di visite dai vicini, di giovanotti con parecchie sterline di rendita: scrive con l’ironia sottile di chi coglie la facezia di quell’argomento, e purtuttavia pare dire tra le righe che c’è poco da fare gli snob, per una ragazza di campagna con molte sorelle la rendita conta nella scelta di un marito, e anche tanto.

Ma perché l’avere per oggetto le antipatie di una certa ragazza per la sua bella vicina dovrebbe rendere un libro meno degno di essere letto di un’opera che tratta di una travagliata storia d’amore o di un suicidio tragico? Al contrario, Jane Austen è una donna pratica. Scrive di quello che sa, ben conscia, più di quanto lo siano molti suoi lettori, che in letteratura quel che conta non è tanto il cosa, ma il come. E il suo come è magistrale: leggere le sue opere è come chiacchierare con un’amica brillante e sarcastica, pronta a farci notare sottintesi, guizzi e stranezze dell’animo umano e a sorriderne appena, le labbra nascoste dietro il ventaglio (o ancora meglio, dietro la penna).

L’attenzione critica di Jane Austen nei confronti della società in cui vive, delle mode e delle tendenza che la governano emerge chiaramente in Northanger Abbey, opera che fa il verso ai romanzi gotici tanto in voga tra le ragazze nei primi dell’Ottocento. Mansfield Park è forse l’opera più odiata, l’unica a non avere una protagonista volitiva e brillante, ma una tranquilla e silenziosa ragazzina: eppure al di là della propria timidezza Fanny Price nasconde una forza d’animo salda e incrollabile che la porterà a trovare il proprio lieto fine.

Emma Woodhouse, la testardissima protagonista dell’omonimo Emma, non manca di star antipatica alla maggior parte dei suoi (pochi) lettori: una ragazza viziata, petulante, assurda, si dice di lei, laddove Emma è una figura femminile impressionante per la sua epoca: decide da sola della propria vita, ha chiarissime e incrollabili idee sulla vita e sul mondo, si prende cura del padre malato e arriva alla piena realizzazione di sé attraverso un lungo e romanzato percorso di crescita; si tratta insomma di un personaggio che se fosse letto nella sua interezza, senza pregiudizi, sarebbe un modello di donna emancipata particolarmente attuale. La sua emancipazione non passa attraverso grandi rivoluzioni o ribellioni di piazza: Emma si limita a pensare. Forse risulta insopportabile proprio per questo.

Di Anne Elliot, Marianne ed Elinor Dashwood e dell’intramontabile Elizabeth Bennet tanto è stato scritto, e risulta difficile aggiungere qualcosa in questa sede. Ognuna di loro è un frammento della donna che Jane Austen sarebbe potuta essere se avesse scelto di vivere un solo destino tra i tanti possibili.

E invece, lei ha scelto di scrivere e di vivere per sempre. Il suo è uno dei rari casi di autori che scrivono fin dalla culla (i suoi primi racconti risalgono a quando aveva nove o dieci anni) e non smettono mai, neanche quando la morte – che nel caso della Austen arriva sotto le spoglie del morbo di Addison – bussa alla porta.

Jane continuerà a scrivere fino all’ultimo, lasciando, oltre ai suoi sei capolavori, una miniera di scritti iniziati e mai conclusi, abbozzati, progettati, pensati fino all’ultimo istante – perché chi scrive si sa immortale.

 

(nell’immagine di primo piano Anne Hathaway interpreta Jane Austen nel film Becoming Jane – Ritratto di una donna contro (2007).)

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