Wordsworth e i Segni dell’Immortalità

Erravo solitario come una nuvola
Che fluttua alta sopra valli e colline,
Quando a un tratto vidi una folla,
Una schiera di dorati narcisi;
Lungo il lago, sotto gli alberi,
Che ondeggiavano danzando nella brezza.
Fitti come le stelle che brillano
E sfavillano nella Via Lattea,
Si stendevano in una linea infinita
Lungo il margine d’una baia[…]
W. Wordsworth, da “Narcisi”

wordsworth1Era il 7 aprile del 1770 quando a Cockermouth, un piccolo paese nella contea  del Cumbria,nel nord dell’Inghilterra, nasceva William Wordsworth, poeta romantico tra i più importanti e noti di tutti i tempi.

Senza aggiungere altro di prosaico e inutile, per celebrare questo giorno vi offriamo un’ode tra le più belle ed emozionanti: Ode: Intimations of Immortality from Recollections of Early Childhood

 

Segni dell’immortalità

C’era un tempo in cui prato, bosco e ruscello,
la terra e ogni essere comune
a me sembravano
ornati da una luce celestiale,
la gloria e la freschezza di un sogno.
Non è più com’era prima;
mi giro ovunque posso,
di giorno o di notte,
le cose che ho visto ora non posso più vederle. 

L’arcobaleno viene e va,
e amabile è la rosa;
la luna con diletto
si guarda intorno quando i cieli erano spogli;
le acque nelle notti stellate
sono belle e serene;
l’alba è una nascita gloriosa;
ma eppure so, dove vado,
dove è passata una gloria dalla terra. 

Ora, mentre gli uccelli cantano una tal canzone gioiosa,
e mentre i giovani agnelli saltellano
come al suono del tamburello,
solo per me venne un pensiero di dolore:
un’espressione tempestiva diede sollievo a quel pensiero,
e sono di nuovo forte:
le cataratte soffiano nelle loro trombe dalle ripide;
non più la mia pena offenderà la stagione;
sento gli echi accalcarsi attraverso le montagne,
i venti vengono verso di me dai campi di sonno,
e tutta la terra è felice;
terra e mare
si danno alla gioia,
e con il cuore di maggio
ogni bestia fa vacanza;
tu, bambino di gioia,
urla intorno a me, fammi sentire le tue urla, tu felice
pastorello! 

(l’ode continua dopo l’immagine)
upimage_1247515560_236

Creature benedette, ho sentito la chiamata
fatta per ognuno di voi; vedo
i cieli ridere con voi del vostro giubilo;
il mio cuore partecipa alla tua festa,
la mia testa ha la sua corona,
la pienezza della vostra beatitudine, io sento–la sento tutta.
o giorno maledetto! se fossi arcigno
mentre la terra sta adornando,
questa dolce mattina di maggio,
e i bambini stanno scartando
su ogni lato,
in migliaia di valli lontane e vaste,
fiori freschi; mentre il sole sorge caldo,
e il bambino salta tra le braccia di sua madre
sento, sento, con gioia sento!
–ma c’è un albero, di molti, uno,
un singolo campo che osserva dall’alto,
entrambi parlano di qualcosa che è passato:
la viola del pensiero ai miei piedi
ripete lo stesso racconto:
dov’è scappato il barlume visionario?
dove sono ora, la gloria e il sogno? 

La nostra nascita è un sonno ed è stato dimenticato:
l’anima che si alza con noi, la stella della nostra vita,
ha avuto ovunque la sua collocazione,
e viene da lontano:
né nell’intera dimenticanza,
e né nella completa nudità,
ma nelle nuvole trascinanti di gloria noi veniamo
da Dio, che è la nostra casa:
il cielo è sopra di noi nella nostra infanzia!
le ombre della casa-prigione iniziano a chiudersi
sopra il bambino che cresce,
ma guarda la luce, e da dove fluisce,
in esso vede la gioia;
la giovinezza, che giornalmente oltre l’est
deve viaggiare, è ancora il prete della natura,
e dalla visione splendida
è intervenuta sulla sua strada;
lentamente l’uomo lo percepisce morto,
e sparisce nella luce del giorno comune. 

La terra riempie le sue labbra con i suoi piaceri;
lei ha la smania nella sua naturale indole,
e, anche con le cose della mente materna,
e nessuno scopo indegno,
la domestica infermiera fa tutto ciò che può
per rendere il suo figlio adottivo, un uomo detenuto,
dimentica le glorie che ha conosciuto,
e quel palazzo imperiale da dove lui viene. 

Il bambino guarda tra le sue nuove beatitudini,
un caro ragazzo di sei anni di un’altezza pigmea!
vedi, dove il mezzo lavoro nella sua stessa mano giace,
logorato dai baci di sua madre,
con la luce sopra di lui dagli occhi del padre!
vedi, ai suoi piedi, alcuni piccoli progetti o piani,
alcuni frammenti dal suo sogno di vita umana,
formata da lui stesso con arte appena conosciuta;
un matrimonio o una festa,
un lutto o un funerale;
e questo ha ora il suo cuore,
e tra questo lui monta la sua canzone:
allora lui adatterà la sua lingua
ai dialoghi di affari, amore, lite;
ma non sarà a lungo
questo sarà gettato via,
e con nuova gioia e con orgoglio
il piccolo attore ha un’altra parte;
riempendo con il tempo la sua “parte umoristica”
con tutte le persone, in un’età paralizzata,
che la vita porta con sé nel suo equipaggiamento;
come se la sua intera vocazione
fosse una limitazione senza fine.

(continua)
an-alpine-lake-john-william-inchbold

Tu, la quale sembianza esterna crede
nell’immensità della sua anima;
tu miglior filosofo, che conservi
la tua eredità, tu occhio tra i ciechi,
che, sordo e silenzioso, leggi l’eterna profondità,
cacciata per sempre dalla mente eterna,—
potente profeta! veggente benedetto!
sul quale queste verità riposano,
verità che affaticano le nostre vite per trovare,
nell’oscurità perduta, l’oscurità della tomba;
tu, su tutti la tua immortalità
covi come il giorno, un padrone su uno schiavo,
una presenza che non è stata posta;
la quale tomba
non è altro che un letto solitario senza il senso o la vista
del giorno o la luce calda,
un posto di pensieri dove noi aspettiamo giacenti;
tu, piccolo bambino, ancora glorioso nella potenza
della libertà nata dal cielo sui tuoi esseri viventi,
perché con tali oneste pene provochi
gli anni da portare in un evitabile giogo,
questa cecità litiga con la tua beatitudine?
presto la tua anima avrà il suo carico terrestre,
e il cliente su di te con un peso,
pesante come il gelo, profondo quasi come la vita! 

O gioia! che nelle tue braci
c’è qualcosa che vive,
che la natura ancora ricorda
com’era così fuggitiva!
il pensiero del nostro passato in me incrocia
la perpetua benedizione: né infatti
per quello che è peggiore per essere benedetto—
delizia e libertà, il semplice credo
dell’infanzia, se occupata o a riposo,
con nuova speranza ancora svolazza nel suo petto:—
né per questo io innalzo
il canto di ringraziamenti e preghiera;
ma per queste domande ostinate
di seno e cose esteriori,
che cadono da noi, svanendo;
bianchi dubbi di una creatura
muovendosi in mondi non realizzati,
alti istinti prima che la nostra natura mortale
tremano come una cosa colpevole e sorprendente:
ma per queste prime affezioni,
questi ricordi ombrosi,
che, siano ciò che devono,
sono ancora fontane di luce di tutti i nostri giorni,
sono ancora luce maestra di tutte le nostre visioni;
ci sollevano, ci curano, e hanno il potere di rendere
i nostri giorni rumorosi momenti nell’essere
dell’eterno silenzio:verità che si svegliano,
per morire sempre:
che né la disattenzione, né pazzia indigena,
né uomo o ragazzo,
né tutto ciò che è nemico della gioia,
può improvvisamente abolire o distruggere!
da adesso in una stagione di tempo calmo
attraverso l’interno del paese noi siamo lontani,
le nostre animo hanno visto quell’immortale mare
che ci porta di qua,
può in un momento viaggiare di là,
e vedi i bambini giocano sulla riva,
e senti le potenti acque rotolare sempre. 

Allora cantate, uccelli, cantate, cantate una gioiosa canzone!
e fate saltellare i giovani agnelli
come al suono del tamburello!
noi nei pensieri ci uniamo alla folla,
quel piffero e quel suono,
quelli attraverso i vostri cuori oggi
senti la felicità di maggio!
ciò che attraverso il radiante era una volta così luminosa
sei preso per sempre ora dal mio sguardo,
niente può riportare l’ora
di splendore nell’erba, di gloria nel fiore;
non non siamo più addolorati, piuttosto troviamo
forza in ciò che rimane indietro;
nella primaria simpatia
che è dovuta essere;
nei pensieri calmanti che fioriscono
dalle sofferenze umane;
nella fede che guarda oltre la morte,
negli anni che portano la mente filosofica. 

E le fontane, i prati, le colline e i boschi,
presagiscono nessuna dei tanti nostri amori!
ancora nel mio cuore sento dei cuori la tua potenza;
ho solo rinunciato a un diletto
per vivere sotto il tuo costante oscillare.
amo i ponti sotto i quali scorrono i loro canali,
sempre più di quando viaggiavo leggero come loro;
l’innocente luminosità di un nuovo giorno
è ancora amabile;
le nuvole che si muovono intorno al sole che tramonta
prendono un colore sobrio da un occhio
che ha messo lo sguardo sulla mortalità dell’uomo;
un’altra razza è stata, e altri palmi hanno vinto.
grazie al cuore umano con il quale viviamo,
grazie alla sua tenerezza, alla sua gioia, e paure,
per me il più significativo dei fiori che sboccia può dare
pensieri che spesso giacciono anche pieni di lacrime.
Fine.

rowing-home

Annunci

2 thoughts on “Wordsworth e i Segni dell’Immortalità

  1. Hai ragione…bella ed emozionante! Come per Daffodils (una poesia che amo tanto perchè è stata la prima che ho imparato a memoria a scuola…nel lontanissimo 1950!) il poeta ci fa entrare nei versi, riempie di luce il mondo intorno…. e anche “il nostro cuore partecipa alla festa”

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...