Svelata la cinquina del Premio Campiello. Misterioso pseudonimo vince Opera Prima

Svelati ieri, nell’aula magna dell’università di Padova, i 5 finalisti della LIV edizione del Premio Campiello, nel corso della seduta pubblica in cui la giuria del premio ha espresso le sue preferenze.

A presiedere la conferenza, il Presidente di Confindustria Veneto Roberto Zuccato,  il Presidente del Comitato di Gestione Valentino Vascellari, il Presidente della giuria lo storico Ernesto Galli della Loggia e i membri della Giuria dei Letterati, tra cui Philippe Daverio e Roberto Vecchioni.

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Ernesto Galli della Loggia e Roberto Zuccato

Combattuta è stata la decisione, che ha previsto ben nove votazioni per giungere alla rosa di nomi definitiva. Tra i vari ballottaggi, l’ultimo posto nella cinquina se l’è conquistato Alessandro Tarabbia (Ponte alle Grazie), autore di Il giardino delle mosche, che ha lottato fino all’ultimo con Filippo Tuena (Il Saggiatore). L’opera di Tarabbia ripercorre in prima persona la vita del serial killer sovietico Andrej Cikatilo, ‘lo squartatore rosso’, accusato di 53 omicidi tra gli anni ’70 e ’90.

Chi invece è stata inclusa senza dubbi tra i finalisti è Elisabetta Rasy (Rizzoli), con “Le regole del fuoco”, storia di due donne, Eugenia e Maria Rosa, l’una del sud, aristocratica, l’altra nata in un paesino nord, che s’incontrano come infermiere volontarie al fronte durante la prima guerra mondiale. Subito dopo di lei, un’altra donna ha messo tutti d’accordo: Simona Vinci, autrice per Einaudi de “Le prime verità”, romanzo che ha per protagonista Angela, una ricercatrice che si trova su un’isola greca utilizzata come lager-manicomio durante il Regime dei Colonnelli, alla ricerca del passato dei detenuti.

Gli altri due posti sono a nome di Luca Doninelli con “Le cose semplici” (Bompiani) e Alessandro Bertante, “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti). Bertante ci porta nella generazione degli anni ’80, insieme a due ragazzi della periferia milanese che decidono di intraprendere un viaggio, a bordo di una panda, in Jugoslavia. Doninelli invece ci racconta la storia di due amanti costretti per vent’anni alla separazione da un mondo che cade nella sua feroce autodistruzione, con guerre continue, crisi energetiche, crolli economici, barbarie e carneficine: i due non potranno comunicare per tutto questo tempo, lei avrà una vita durissima, lui comincerà a scrivere per non dimenticarla.

Cinque romanzi peculiari, innovativi, intriganti, che dimostrano ancora una volta la tendenza del Premio Campiello di non seguire nomi, blasoni e tendenze, ma ricercare, nell’intero panorama letterario italiano, nomi freschi, di sicuro spesso all’ombra del mondo editoriale, appartenenti a realtà minori, ma senza dubbio di qualità.

6448291_864327E a testimoniarlo è anche il vincitore del Premio Campiello Opera Prima, comunicato ieri insieme ai cinque finalisti: stiamo parlando di Gesuino Nemus, misterioso pseudonimo dell’autore del romanzo La teologia del cinghiale (Elliot Edizioni). Protagonista dell’opera è proprio Gesuino Nemus, un bambino silenzioso e problematico, che verrà coinvolto in una serie di misteriosi eventi, insieme ad un altro ragazzino, Matteo, figlio di un sequestratore latitante: siamo nella Sardegna del 1969.

A quanto pare, come riporta l’Unione Sarda, dietro al nome di Gesuino Nemus, scelto dall’autore proprio per riprendere il nome del suo protagonista, c’è, al suo esordio letterario, Matteo Locci, nato in Ogliastra nel 1958, contadino, operaio, addetto ai supermercati, oggi residente a Milano.

Bella scelta anche questa, da parte del Premio Campiello. Sarà davvero  interessante scoprire di più su Nemus-Locci.

 

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