Il mito del Nuovo Mondo nella Letteratura

Il mito del Nuovo Mondo nella Letteratura
Dalle Colonne d’Ercole alla Luna
da Ovidio e Platone a Dante e a Luciano, da Tasso e  Ariosto a More e Bacone, da Graziani a Defoe e Cyrano. Come la scoperta dell’America e la figura di Colombo hanno influenzato la letteratura, e che ruolo ha avuto in tutto ciò la rivoluzione galileiana e l’espansione coloniale?

LE COLONNE D’ERCOLE – L’ANTICHITA’
Per secoli le colonne d’Ercole hanno rappresentato non solo un limite geografico, il termine estremo e invalicabile del mondo, bensì un limite stesso all’umana conoscenza. Non plus ultra, intimava l’iscrizione che Ercole aveva inciso su di esse, monito a non andare oltre; ma laddove fisicamente ci si doveva arrendere, sorgeva invece il fascino dell’ignoto, la seduzione del proibito, l’eccitante tentazione di un divieto da infrangere, il pagano melo dell’Eden a cui mangiare in trasgressione.

Le menti più illustri dell’antichità e del medioevo si sono lasciate affascinare dalle ipotesi di quel che v’era oltre: l’isola di Atlantide per Platone, il monte del Purgatorio per Dante. Chi osa attraversarle è Ulisse, secondo Ovidio: assetato di conoscenza, l’eroe greco naviga oltre le colonne, trovando però la morte per aver osato sfidare gli dei, come poi canterà lo stesso Dante nel XXVI canto dell’Inferno.

S’un fantastico viaggio oltre le colonne, nel II secolo, Luciano di Samosata scrive la sua Storia vera: in essa, un gruppo di cinquanta persone, capeggiata dallo stesso Luciano, si spingono nell’alto mare aperto per soddisfare la stessa sete di conoscenza che aveva mosso Ulisse, vivendo incredibili avventure che li porteranno fino alla luna.
L’opera di Luciano riprende, sulla stessa scia, Le incredibili meraviglie al di là di Thule di Antonio Diogene, opera del I/II secolo d.C.Mosaïque_d'Ulysse_et_les_sirènes.jpg

IL MITO COLOMBIANO
Ma per attendere che qualcuno scoprisse davvero cose ci fosse oltre lo stretto di Gibilterra, si dovette attendere le prime ore del 12 ottobre 1492, quando Rodrigo de Triana, dalla coffa della Pinta, avvistò per primo la terra ferma: erano le coste delle odierne Bahamas. L’Occidente finalmente svelava, pur per caso, il millenario mistero.

Così come, prima di Colombo, il mondo oltre le colonne d’Ercole incantava le menti fervide di poeti, pensatori e filosofi, il fascino non cessò dopo la scoperta delle Americhe; al contrario, il mito del nuovo mondo avrebbe eccitato per i secoli a venire la fantasia letteraria.

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Lettera delle isole nuovamente trovate, 1495

A testimonianza di come l’impresa colombiana abbia subito suscitato entusiasmi
possiamo citare il successo editoriale che ebbero già nel 1493 le traduzioni delle lettere di Colombo. In particolare in Italia trovò grande riscontro la lettera di Colombo a Luis de Santángel che Giuliano Dati adattò in rime e ottave col titolo Lettera delle isole nuovamente trovate. In quegli stessi anni, tra il ’93 e il ’94, Pietro Martire d’Anghiera inizia a scrive il De orbe novo, in cui vengono riportati i primi viaggio di esplorazione delle Americhe.

 

Sebbene non sia esattamente questo l’obiettivo del presente articolo, ugualmente e brevemente segnaliamo che si potrebbero citare, come messo in luce dagli studi dell’italianista Lorenzo Bocca, numerosissimi altri esempi di opere in cui le vicende di Colombo sono state epicizzate o rese in versi: dal De navigatione Christophori Columbi di L.Gambara (1581) al Columbeidos libri priores duo di G. C. Stella (1589), ai poemi omonimi il Mondo nuovo, l’uno di G. Giorgini (1596) e l’altro di T. Stigliani (1628), fino a citare le opere seicentesche di Gualterotti, Tassoni, Villifranchi, Beneamati e  numerosi altri.

UTOPIA, THOMAS MORE
Ma se escludiamo queste e altre opere che trattano in linea diretta le scoperte, le esplorazioni e la vita di Colombo, col fine d’affrontare un argomento ben più interessante, ecco che uno dei primi influssi del mito del nuovo mondo all’interno di opere d’altra

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L’isola di Utopia

natura lo ritroviamo nell’Utopia di Thomas More, composta ad Anversa nel 1515 e pubblicata un anno dopo a Lovanio. All’interno dell’opera, a raccontare a More il suo viaggio nella lontana isola di Utopia, è Raffaele Itlodeo “nato in Portogallo e, volendo conoscere il mondo, lasciò ai fratelli il proprio patrimonio e si unì ad Amerigo Vespucci negli ultimi tre dei suoi quattro viaggi. Ma nell’ultimo non ritornò con lui. Anzi, insistette per essere fra le ventiquattro persone che alla fine rimasero nel fortino nel punto più lontano raggiunto nella navigazione […] Partito che fu Vespucci, si recò con altri cinque del fortino a visitare molti Paesi.” [traduzione Davide Sala per Giunti]. Tra questi molti Paesi situati all’estremità del mondo c’è proprio l’isola di Utopia.
More incastona il personaggio di Itlodeo nella realtà storica dell’epoca, proprio mentre in Europa si diffondevano le gesta di Vespucci e i racconti dei suoi viaggi. Non è un caso che More scelga proprio tale cornice per le sue riflessioni di filosofia politica: non limitato soltanto a creare una finzione letteraria volta a concedere realismo e credibilità al racconto, il mito del nuovo mondo come contesto è sintomatico del fascino con cui la scoperta dell’America solleticava le fantasie dei letterati e non solo; e a noi lettori d’oggi dell’Utopia è difficile immaginare l’effetto che il parallelismo voluto da More ebbe sui lettori dell’epoca.

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ORLANDO FURIOSO, ARIOSTO
A risentire dell’influsso del Nuovo Mondo è successivamente l’Orlando Furioso (1532): impossibile non ammettere alcuna coincidenza nelle peripezie dei personaggi che si estendono da un punto all’altro del globo terrestre allora conosciuto: da Oriente a Occidente, dall’Africa all’Europa, da Parigi, donde parte Orlando in cerca di Angelica, all’isola irlandese di Ebuda, dal castello di Atlante al Catai (nome con cui veniva indicata l’attuale Cina), dalle Ardenne all’Etiopia, da Lampedusa alla Luna, ritornando in Europa, passando per il Nilo e scendendo all’Inferno. Ma è nel XV canto il punto di maggior rilievo: di ritorno dal Regno di Logistilla, a bordo di una galera solcando i mari, Astolfo colloquia con Andronica, alla quale domanda se mai qualcuno abbia tentato di raggiungere l’India procedendo oltre l’Africa. A questo punto Andronica profetizza ad Astolfo le scoperte e le navigazioni che nei secoli successivi sarebbero avvenute:

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G. Doré, illustrazioni al Furioso

[21]
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
Da l’estreme contrade di ponente
Nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
La strada ignota infin al dì presente:
Altri volteggiar l’Africa, e seguire
Tanto la costa de la negra gente,
Che passino quel segno onde ritorno
Fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
[22]
E ritrovar del lungo tratto il fine,
Che questo fa parer dui mar diversi;
E scorrer tutti i liti e le vicine
Isole d’Indi, d’Arabi e di Persi:
Altri lasciar le destre e le mancine
Rive che due per opra Erculea fersi;
E del sole imitando il camin tondo,
     Ritrovar nuove terre e nuovo mondo.

 

Di qui in avanti citerà i numerosi esploratori: da Prospero Colonna ad Andrea Doria fino ad arrivare a Hernán Cortés. E qui, se il mito del Nuovo Mondo è evidente, la narrazione dell’Ariosto si fa particolare: la dimensione diventa politica e di questi racconti si glorifica ed esalta la figura di Carlo V. In favore agli spagnoli, Cortés appare quasi più importante di Colombo, il quale non viene neppure mai nominato e a cui non si fa alcun riferimento. La scelta dell’Ariosto è senz’altro sorprendente: esaltare l’imperatore Carlo V, Cortés, immaginare addirittura un approdo di Francesco Ferdinando, e non curarsi di Colombo, perché? La scelta fu appunto politica: Ferrara e il ducato d’Este erano territori del Sacro Romano Impero e con il lodo del 1529 di Carlo V, il duca Alfonso d’Este tornava investito dei feudi di Modena e Reggio. Un onore dovuto al sovrano, così come il silenzio su Colombo che era in linea con la pubblicistica spagnola del tempo (Aricò).

GERUSALEMME LIBERATA, TASSO
Chi fece i dovuti omaggi a Colombo è Tasso nella Gerusalemme Liberata (1581). Nel XV canto, a bordo della nave guidata dalla Fortuna, Carlo e Ubaldo oltrepassano le colonne d’Ercole e navigano nello sconfinato Oceano alla ricerca di Rinaldo. Riprendendo sia Ariosto (Fortuna risponde a Ubaldo come Andronica ad Astolfo) sia Dante (come fonte della vicenda d’Ulisse), Ubaldo domanda a Fortuna:

Diceva Ubaldo allor: “Tu che condutti
n’hai, donna, in questo mar che non ha fine,
di’ s’altri mai qui giunse, o se piú inante
nel mondo ove corriamo have abitante.” (ott. 24)

Ed ella:
Risponde: “Ercole, poi ch’uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paese ispano,
e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
non osò di tentar l’alto oceano:
segnò le mète, e ’n troppo brevi chiostri
l’ardir ristrinse de l’ingegno umano;
ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse
di veder vago e di saper, Ulisse.

Ei passò le Colonne, e per l’aperto
mare spiegò de’ remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l’onde esperto,
perché inghiottillo l’ocean vorace,
e giacque co ’l suo corpo anco coperto
il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
o non tornovvi o vi rimase estinto;  (ott. 25-26)

Qualche ottava più avanti, oltre a Ulisse, Fortuna profetizza la scoperta del nuovo mondo, esattamente come accadeva in Ariosto, senonché qui si parla precisamente di Colombo, in termini gloriosi ed encomiastici.

Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile a i naviganti industri,
e i mar riposti, or senza nome, e i regni
ignoti ancor tra voi saranno illustri.
Fia che ’l piú ardito allor di tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri,
e la terra misuri, immensa mole,
vittorioso ed emulo del sole.  

Un uom de la Liguria avrà ardimento
a l’incognito corso esporsi in prima;
né ’l minaccievol fremito del vento,
né l’inospito mar, né ’l dubbio clima,
né s’altro di periglio e di spavento
piú grave e formidabile or si stima,
faran che ’l generoso entro a i divieti
d’Abila angusti l’alta mente accheti.  

Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontane sí le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama c’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti a i posteri tuoi ch’alquanto accenne,
ché quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.” (ott.30-32)

Il tributo a Colombo negato d’Ariosto è qui restituito in grande stile da Tasso.

L’EREDITA UTOPICA: CAMPANELLA E BACONE
Cambiando scenari, mettendo da parte i poemi e il cinquecento, arriviamo al 1602 e ritroviamo, pur a distanza di oltre un secolo dalla scoperta colombiana, il mito del Nuovo Mondo ne La città del Sole di Tommaso Campanella, che riprende molto More e la sua Utopia. Il Genovese, uno dei due protagonisti dell’opera, ha viaggiato per il mondo comeAS1449 nocchiero di Colombo e ha scoperto nell’isola di Taprobana agli estremi del globo una repubblica perfetta proprio come a Itlodeo era capitato con Utopia. Il Genovese racconta allora all’altro protagonista, Ospitalario, i costumi, le leggi, l’organizzazione e le istituzioni che vigevano a Taprobana. Mettendo da parte l’interpretazione filosofica e le implicazioni storico-religiose, non utili per la circostanza, non ci resta che notare come il Mito del Nuovo Mondo venga di nuovo a sostegno del genere utopico, ne diventa il topos fondante, e a dimostrarlo è una terza opera del genere: La Nuova Atlantide di Francis Bacon (1624). L’isola stavolta prende il nome di Bensalem. Bacone vi approda a seguito di un naufragio, dopo essere partito in un gruppo di 50 viaggiatori, dalle coste dell’America del Sud diretti in Asia. La società di Bensalem è retta non dai sacerdoti di Campanella, dai sifogranti di More o dai filosofi di Platone, bensì dagli scienziati. Come per l’isola di Utopia, l’esistenza di Bensalem è sconosciuta al mondo occidentale ed europeo. Evidente quindi come nel ‘600 si fosse ancora affascinati dalla possibilità di numerose altre terre sconosciute e da scoprire, nascoste tra i mari e gli oceani.

IL CONQUISTO DI GRANATA, GRAZIANI – L’INFLUENZA DELLA NUOVA SCIENZA
Nel 1650 ritroviamo un altro illustro esempio del Mito del Nuovo Mondo all’interno di un poema cavalleresco. Detto già di numerose opere del genere basate sui viaggi e la figura di Colombo, citiamo ora Il Conquisto di Granata dello scrittore marchigiano Girolamo Graziani, opera di carattere storico incentrata sulla Guerra di Granada First_edition_(1650)_of_the_Epic_poem_written_by_Girolamo_Graziani_-ll_Conquisto_di_Granata-di fine Quattrocento. In essa, seguendo il modello di Tasso, interviene Colombo stesso a offrire un racconto dei suoi viaggi, da Palos a Hispaniola. Di rilevanza Il conquisto poiché una delle prime opere in cui il Mito del Nuovo Mondo si interseca con le recenti scoperte galileiane, che spostano gli orizzonti immaginabili oltre gli oceani e il globo terrestre, verso il cielo e il cosmo sconfinato. Nota L. Bocca sul Conquisto: “il passare del tempo non è dettato, come abituale nella tradizione letteraria italiana, tramite riferimenti zodiacali, ma vengono nominati i pianeti e i loro movimenti, intesi come parte di un sistema non più tolemaico” ed emerge “il primato della nuova scienza sulle favole degli antichi” dove il bersaglio è soprattutto Tolomeo.

C’è da segnalare, tuttavia, come già nel 1541 era apparsa un’opera rilevante in questo senso: Somnium di Juan Maldonado, resoconto in prima persona di un sogno il cui narratore, impegnato inizialmente in un viaggio sulla luna, atterra da ultimo in America. Tuttavia è precedente alle teorie galileiane e dunque la corrispondenza tra luna e America, tra cielo e terra, è in tal senso casuale e perciò differente dal caso del Conquisto.

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Illustrazione da L’altro mondo

DAL MITO COLOMBIANO AL MITO GALILEIANO – L’INFLUSSO DELLE SCOPERTE ASTRONOMICHE
A partire dal secondo Seicento, le strade del mito colombiano e del mito galileiano, intrecciate incredibilmente nell’opera di Graziani, si separano definitivamente. I viaggi sulla luna, marginali in Luciano come in Ariosto, diventano materia fondante di una nuova letteratura: tra i primi esempi troviamo Somnium (1634) romanzo di Keplero e “La scoperta di un mondo sulla luna” di John Wilkins (1638); tra i successivi esempi, i più illustri sono rappresentati da L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (1657) di Cyrano de Bergerac, il quale, guarda caso, s’era formato su Luciano, Moro, Platone e Campanella; l’opera racconta di Cyrano che arriva sulla luna a bordo di un razzo. O ancora, il Consolidetor di Daniel Defoe, resoconto di viaggi tra la Cina e la Luna.
Questo filone sarà destinato a far successo, per arrivare fino a  Dalla Terra alla Luna (1865) di Jules Verne e I primi uomini sulla Luna (1901) di H. G. Wells. La sua eredità sarà assunta dalla cinematografia.

L’EREDITA’ LETTERARIA DEL MITO DEL NUOVO MONDO – IL RUOLO DELLE ESPANSIONI COLONIALI
D’altra parte, invece, il mito colombiano persisterà in opere come The Blazing World (1666) di Margaret Cavendish, che si ricollega alla corrente utopica; per poi confluire, nel settecento, nel mito del Selvaggio, di cui il più ardito esempio è rappresentato da un altro romanzo di Defoe, Robinson Crusoe, e per lasciare definitivamente il posto alla letteratura influenzata dalle espansioni coloniali di Settecento e soprattutto Ottocento, tradottasi nell’esotismo che da I viaggi di Gulliver farà successo fino Salgari e Kipling, finendo inoltre per inaugurare un nuovo genere: la letteratura di viaggio.

 

 

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