Pahor: compie 103 anni lo scrittore triestino

Oggi, 26 agosto, c’è da fare un augurio speciale: lo scrittore triestino-sloveno Boris Pahor compie 103 anni.

Nonostante l’età, Pahor scrive ancora e gira l’Italia  per promuovere il recente libro pubblicato da Bompiani, La città nel Golfo, e per raccontare  ai ragazzi nelle scuole la sua incredibile vita, che l’ha visto protagonista dell’intera storia del Novecento.

Pahor è nato a Trieste nel lontano agosto del 1913, quando il capoluogo friulano era ancora un porto dell’impero asburgico.
Boris_Pahor_par_Claude_Truong-Ngoc_juin_2015La sua infanzia fu segnata, come quella di tutti gli altri sloveni di Trieste, dall’avvento del fascismo. Gli anni della sua infanzia, durante i quali Trieste era sotto la folle egemonia dello squadrismo, sono ricorrenti nella sua opera: gli sloveni sono costretti ad abbandonare la propria lingua, bandita a favore dell’italiano, tant’è che le stesse scuole slovene vengono soppresse; sono soventi gli attacchi di violenza ai danni degli sloveni, letteralmente perseguitati dai fascisti; infine, uno degli eventi più significativi della storia di quegli anni, che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria di Pahor, fu l’incendio del Narodni dom del 1920: si trattava di un centro polifunzionale, cuore dell’identità, della cultura e delle istituzioni slovene nel centro di Trieste. Fu dato alle fiamme il 13 luglio del 1920 dai fascisti.

Il Narodni dom in fiamme
Il Narodni dom in fiamme

Pahor si dedica allo studio della Teologia frequentando il seminario di Capodistria, per seguire la volontà dei genitori, ma non porta a termine i suoi studi; nel 1940 si arruola nell’Esercito Italiano e fu inviato sul fronte libico, a Bengasi. Torna a Trieste dopo l’armistizio e si arruola nelle truppe partigiane per scacciare i tedeschi, ma nel 1944 fu catturato dai nazisti e internato nei campi di concentramento, prima in Francia e poi in Germania. In particolare, significativa è la prigionia nel campo di concentramento francese di Natzweiler, su cui Pahor scrive il romanzo autobiografico Necropoli, una delle sue opere più importanti e famose, nata a seguito del ritorno di Pahor nel campo di internamento negli anni ’60.
Ricordando quegli anni, Pahor dirà:

I fascisti mi hanno impedito di essere sloveno. I nazisti mi hanno condotto nei campi di concentramento. La malattia mi ha confinato in un sanatorio francese. La guerra mi ha portato a Bengasi”

Fervida anima intellettuale della cultura slovena, nel dopoguerra Pahor si dedica alla letteratura. Insegna letteratura italiana e scrive. I suoi libri sono perlopiù in sloveno e tradotti i molte lingue, insigniti di numerosi premi internazionali: il Premio Viareggio, il Premio Napoli, il Premio Prešeren  e viene inoltre candidato al Premio Nobel.

Ad oggi Pahor, ormai vedovo dal 2010, vive ancora a Trieste. In un’intervista rilasciata un anno fa a Carmelo Caruso per Panorama, alla domanda se scrivesse ancora, Pahor risponde: “Mi sveglio alle 5. Poi mi metto a scrivere fino a mezzogiorno. Dopo pranzo passeggio. Ogni giorno percorro una salita. Poi rientro e continuo a scrivere.”
Vive solo, percepisce una pensione di 1400 euro e racconta che una signoracover
cucina per lui piatti rigorosamente vegetariani. Nella stessa intervista, parla di come in Italia sia stato poco considerato nell’ambito della letteratura. I suoi libri, capolavori altrove, sono in Italia poco conosciuti e poco letti. Basti pensare che il suo Necropoli è stato tradotto in italiano solamente nel 2007, da Fazi Editore. Molto tempo prima, Pahor lo aveva proposto a qualcuno che aveva vissuto un’esperienza simile alla sua, in un campo di concentramento: Primo Levi. A lui Pahor inviò il manoscritto, ma non ricevette mai una risposta.

Pahor resta una delle figure più importanti per la storia e la letteratura: la sua vita ha riempito il ‘900, è stato testimone e protagonista degli eventi più importanti del Secolo Breve. La sua memoria ha un valore inestimabile.

In conclusione, sempre dalla suddetta intervista:

– Cosa ha perso in un secolo?
– Il tempo che ho passato in compagnia della macchina da scrivere invece che con mia moglie. Ogni giorno alle 16 lei mi aspettava per prendere il caffèlatte. Io la lasciavo attendere per finire prima il capitolo che stavo scrivendo. Al dialogo con mia moglie ho preferito il dialogo con la macchina da scrivere. Le ho tolto tanto tempo

– Come vuole essere ricordato?
– Mi farebbe piacere che leggessero i miei libri. Ho lavorato tanto per dire la verità.

– Cosa vorrebbe scritto sulla sua lapide?
– Vorrei che ci fosse scritto “Ha fatto del suo meglio per essere umano”

BORIS PAHOR PISATELJ

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