Le mummie scomparse tra i boschi narrativi

Il Demone Meridiano, Andrea Morstabilini

Al Demone Meridiano di Andrea Morstabilini (1983) mi sono approcciato con grandi aspettative.
Il tema, le atmosfere, le tradizioni letterarie di riferimento e quant’altro la quarta di copertina decantava avevano stimolato le mie fantasie, la mia curiosità e il mio intelletto con una forza travolgente: si prometteva un viaggio nella letteratura da Dante a Shakespeare a Hugo e finanche a Manganelli, alla ricerca di un demone che è la letteratura stessa, con atmosfere cupe e polverose e pertanto estremamente affascinanti, il tutto metaforicamente all’interno di una storia ricca di terrore e colpi di scena alla stregua dei maestri, che ruota intorno alla misteriosa scomparsa di alcune mummie da un museo.
Col senno di poi posso ammettere che le aspettative sono state totalmente disattese, e mai rammarico fu per me più grande, per quanto fosse dirompente l’entusiasmo e la voglia di leggere questo romanzo che la quarta di copertina mi aveva trasmesso e con cui avevo intrapreso la lettura.

Della trama e di tutto lo svolgersi della storia, mi prendo il coraggio di ammetterlo, ci homeridiano capito veramente poco.
Le mummie scompaiono al primo o al secondo capitolo, ma poi?
Mummie e scheletri, cimiteri e museo, riferimenti biblici e zolfo demoniaco, assassini e diavoli, sedute spiritiche e morti viventi, tutto questo c’era, ma inserito con una coerenza di filo logico difficilmente rintracciabile che mi ha fatto sinceramente pensare a un mero florilegio di topos letterari, un elenco di luoghi comuni del genere fine a se stesso o forse a un esercizio antologico di stile.
Sì ma la trama? Cosa sta accadendo? Boh. E chi sa dirlo. E questi chi sono? Ma quando è successo questo? E ora cosa sta avvenendo? Mah.
Si passa da un topos all’altro, capendoci poco.

Dei personaggi non sono nemmeno menzionati i nomi, tutti introdotti esclusivamente con un pronome personale, tranne alcune eccezioni, che non rendevano affatto chiare le idee. Chi è ‘lui’? Lui chi? E costui, chi era?  Che si volesse in tutti i modi raggiungere questo scopo? La confusione intendo. E se sì, perché?
E a questo si aggiunge un aspetto fondamentale dell’opera: la lingua. Lo stile e il lessico utilizzati non erano semplicemente aulici, complessi e altisonanti… di più, quasi esagerati.

In un’immobile, ibernata esplosione di primavera, rosse accoglienti corolle rotonde, serti carnosi percorsi da irte venature verdastre, senescenze acerbe si stringono attorno a stami sottili, e le gibbosità appaiate delle antere fanno l’aria concava intorno a sé, gonfie di polline: ma il freddo è un convento dai soffitti che nessun fuoco arriva mai a scaldare, e il polline impaziente, premendo contro le parenti interne delle antere, le deforma, facendo assumere loro i lineamenti di una giovinezza perpetuamente irruenta, perpetuamente inappagata. Fra gli stami sinuosi, sferico nella sua gravità, il carpello panciuto spinge verso l’alto lo stilo cartilaginoso, tumido, e lo stimma si umetta le labbra di spugna, gusta l’aria, che qui non è aria, sa di azoto, di fosfano azzurro…
…per fare un esempio.

L’evidente tentativo era quello di un omaggio a Giorgio Manganelli: più volte ho pensato al suo romanzo Dall’inferno durante la lettura.
Chiunque apprezzi e omaggi Manganelli, avrà sempre la mia stima; se non fosse che, procedendo con la lettura, quello che dapprima mi aveva esaltato e avevo giudicato brillante e lodevole – mirare a Manganelli e al tempo stesso esaltare la bellissima lingua italiana – ha preso sempre più ad apparirmi un malriuscito atto di manierismo, con arzigogoli a volte inopportuni.
E si ricollega al problema della chiarezza: la lingua, che doveva essere decantata in leggiadri osanna, diventa invece una presenza invadente e invasiva, che obnubila la comprensione del romanzo, e non perché sia difficile, ma perché è problematica. Avrebbe dovuto essere il quid in più, un valore aggiunto alla storia (sì, alla storia, non al romanzo), e invece avviene il contrario.

L’autore avrebbe dovuto mettere in conto che una scelta così importante e coraggiosa, come l’uso d’una lingua simile, avrebbe potuto rappresentare un grave rischio. Ed era inevitabile, a maggior ragione per un’opera prima: Manganelli può essere un traguardo a cui aspirare in linea teorica e senza troppe speranze, non un punto di partenza.
La difficoltà di leggere l’ardua e immensa lingua di Manganelli è ricompensata dalla suprema goduria intellettuale e dall’appagamento dei sensi letterari che ne derivano, qui non avviene, per niente. Ma se anche fosse avvenuto, sarebbe valso a qualcosa, in una storia così sfuggente e intangibile, per non dire confusionaria, già tale a prescindere dalla lingua? Per carità, ci sono alcune parti un po’ più gradevoli e chiare delle altre, in cui non si può che apprezzare la scelta dell’autore di fare un uso simile della lingua, ma cosa ne deriva?

Ne deriva che Morstabilini si prodiga ad intagliare finemente, con minuzia e dovizia una cornice d’oro, ne incide ghirigori, fregi e forme sinuose, ma dimentica di metterci un bel quadro all’interno, anzi, dimentica di inserire qualsiasi cosa all’interno della cornice, che così invece appare contornare semplicemente una porzione di muro bianco.
Ma è paritario paragonare Manganelli a un’opera prima?
No, ne sono consapevole.
Ma i richiami, le scelte manieristiche, la presentazione ampollosa in quarta di copertina fanno così riferimenti evidente a lui (e a altri sommi e altissimi esponenti della letteratura) da rendere un confronto, sulla carta impari, purtroppo inevitabile.
Sono i rischi del caso, sono i rischi necessari d’un’opera siffatta.
Ma Dio benedica sempre gli audaci, coloro che osano rischiare, o comunque – per par condicio – la fortuna sempre li assista.
Lunga vita sempre agli audaci, viva loro, che per fortuna esistono!
Ma che siano attenti ad aiutarsi anche da sé.

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