Tutti i colori dell’Islanda

Il rosso vivo del rabarbaro, di Auður Ava Ólafsdóttir

Fin dalle prime pagine de Il rosso vivo del rabarbaro, ultimo romanzo pubblicato in Italia della scrittrice islandese Auður Ava Ólafsdóttir, è ben chiaro che non si tratta di un semplice romanzo, un’opera che racconta una storia: questo libro racconta una persona, una situazione e soprattutto un modo di vivere.

L’adolescente Ágústína è nata priva dell’uso delle gambe e tuttavia più di ogni altra cosa il-rosso-vivo-del-rabarbaro_copertinaama camminare ed esplorare e ambisce un giorno a scalare la montagna che sovrasta il suo villaggio: una sfida alta ottocentoquarantaquattro metri. Il rosso vivo del rabarbaro narra lo svolgersi delle giornate di Ágústína nella quiete senza tempo del villaggio: il ritmo delle stagioni è scandito dalla raccolta del rabarbaro e dalla preparazione dei piatti tipici islandesi, gli abitanti si intrattengono con corsi improvvisati di cucito e lezioni di teatro e gli uomini passano in mare la maggior parte dell’anno. L’atmosfera è senza tempo e ha il sapore di eternità, a poco servono i riferimenti storici per dare un tempo e un luogo a ciò che potrebbe benissimo accadere tra cento anni o cento anni fa.

La sensazione di trovarsi in una storia fuori dal tempo è senza dubbio uno dei maggiori pregi della lettura di questo romanzo, corroborata dalle delicate descrizioni dell’autrice, che riescono a formare un’immagine ben precisa nella mente del lettore usando il minor numero di parole possibili. Ciò che invece non accade sullo sfondo della natura islandese accade nella testa di Ágústína, luogo di sogni immaginifici e sede di un mondo a sé stante. La protagonista è, infatti, una ragazzina del tutto inusuale e non solo per la menomazione fisica.

La giovane appartiene alla quarta generazione di donne della sua famiglia nate in circostanze per così dire estemporanee: è stata concepita nel campo di rabarbaro vicino al villaggio, frutto di una relazione brevissima e fulminante; sua madre è un’ornitologa che viaggia per il mondo in cerca di materiale per i suoi scritti e l’ha affidata in giovane età alle cure di un’amica di famiglia. Il rapporto di Ágústína con sua madre è tuttavia fortissimo e testimoniato dalla enorme quantità di lettere che le due si scambiano. Forse perché è stata abituata fin da piccola a sentirsi speciale, forse perché lo è e basta, Ágústína vive in modo tutto suo. Fa i compiti di matematica a velocità impressionanti e scrive i numeri come entità tridimensionali, ognuno dotato di una particolare personalità, canta in maniera soave e i professori la rimproverano di non avere una visione d’insieme delle cose. Ma Ágústína ha anche l’abitudine di imprigionare mosche in un bicchiere per cronometrare il tempo che impiegano a morire e di sparare agli uccelli selvatici, e queste ambiguità hanno reso ai miei occhi chiaroscuro il suo personaggio fino alle ultime righe.

L’autrice, d’altra parte, non fornisce mai delle chiare indicazioni che permettano di interpretare il comportamento di Ágústína: tutto ciò che le accade nel corso del suo quindicesimo anno di vita viene narrato senza giudizi e senza dare troppa importanza ad alcuni dettagli piuttosto che ad altri. Brevi scene di vita quotidiana alternate a ricordi e a lettere si susseguono di capitolo in capitolo, e si ha l’impressione, più che di leggere una storia con un inizio ed una fine, di trovarsi di fronte al ritratto di un’anima tormentata e inquieta.

Un libro poetico e lieve come questo scorre via in pochi giorni di lettura, ma le immagini di cui è colmo difficilmente fuggiranno dalla mente del lettore così velocemente e gli daranno sicuramente un pizzico di buonumore: il piccolo dramma personale di Ágústína suggerisce che non c’è montagna troppo alta per essere scalata, in nessuna parte del mondo, se si hanno le scarpe adatte con cui farlo.

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