Il sorprendente finalista del Premio Strega 2016

“Il cinghiale che uccise Liberty Valance”

Quando ho iniziato a leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance, il romanzo di Giordano Meacci finalista al Premio Strega e  caso editoriale chiacchieratissimo negli ultimi mesi, non sapevo davvero cosa aspettarmi: di questo romanzo sono state dette meraviglie e ogni recensione trovata online era riuscita nell’intento di intrigarmi senza davvero rivelare nulla sulla trama del libro.A lettura conclusa, mi rendo conto che questa scelta non è stata effettuata a tavolino per il-cinghiale-che-uccise-liberty-valancestimolare l’interesse nei confronti del libro ma è stata dettata da pura necessità, in quando Il cinghiale che uccise Liberty Valance non ha una vera e propria trama. Il libro si snoda per 378 pagine tra vicende umane e animali (e in particolare cinghialesche) dell’immaginario paesino di Corsignano, sito al confine tra Umbria e Toscana, cui l’autore cerca di dar vita con ritratti più o meno completi dei suoi abitanti dipinti in un momento particolare della loro vita.

Così incontriamo Agnese, la donna più bella del paese, colta nel momento del suo funerale dopo una morte sopraggiunta per cause ignote, suo figlio Walter, un adolescente geniale che passa la maggior parte del suo tempo a rivedere ossessivamente L’uomo che uccise Liberty Valance, il balbuziente Andrea e la sua sindrome del gemello immaginario, suo padre Amedeo e i suoi debiti di gioco da saldare in maniera più o meno onesta e naturalmente il cinghiale Apperbohr, che ad un certo punto della propria esistenza ha iniziato a pensare nello stesso modo degli Alti sulle zampe, gli imperscrutabili esseri umani, e questo ha sconvolto la sua percezione della vita.

Di ognuno di loro sappiamo molto meno di quanto vorremmo, e proprio quando, dopo circa duecento pagine di salti da un personaggio all’altro, sembra che le loro storie siano per unirsi e dare un senso compiuto alla vicenda, questa illusione sfuma in un nulla di fatto e bisogna arrendersi a ciò che l’autore stesso afferma: davvero vogliamo credere che nella vita sia possibile sapere tutto? Che quei movimenti parziali, perennemente ricontrollati di persone e di fatti che ci vorticano intorno come polvere di detersivo messa a frullare e a centrifugare in una HOTPOINT ARXL 105, siano davvero gestibili? Incasellabili in uno schema? Magari in uno schema che preveda un epiloghetto, sempre, o logos deloi, le stesse spiegazioni da millenni senza capire che sono le stesse perché gli esseri umani sono limitati, e pigri, e vorrebbero inscatolare il dolore perché così pensano che non li assalirà nel buio?

A queste parole ho capito che sarebbe stato inutile aspettarmi una connessione, una spiegazione e una conclusione logica nella vicenda, e procedere nella lettura è stato ancora più difficile. Come sarà chiaro dalle citazioni riportate, leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance vuol dire avere a che fare con un autore invadente e prepotente che non si fa scrupoli di intervenire nel mezzo della narrazione per sfoggiare cultura classica e scientifica in momenti apparentemente inopportuni o per scrivere commenti sarcastici che fanno quasi credere che stia prendendo in giro il lettore. Ad ogni nuovo capitolo sembra quasi che la prosa e la storia tutta irridano chi sta ancora leggendo e non ha buttato vi il libro. Non troverai nulla di ciò che cerchi, andando avanti, sembra dire.

Invece, se si smette di guardare tra le righe cercando chissà quale significato o compattezza, ci sono molte cose da trovare: prima di tutto uno stile brillante, un chiacchiericcio brioso e senza posa, poi alcuni quadri umani commoventi e toccanti come quello della vecchia Antonia, e, qua e là, alcune pagine di pura poesia, in particolare quelle dedicate ai cinghiali.

Anche l’unica vera storia d’amore del romanzo ha per protagonisti due cinghiali e quando, prima dell’indice finale, mi sono imbattuta in un minuzioso e dettagliato prontuario di grammatica cinghialese, ho dovuto arrendermi, smetterla di provare diffidenza per Giordano Meacci e riconoscere la sua genialità.

L’impressione che trasmette Il cinghiale che uccise Liberty Valance è quello di un gioco estroso che ha suscitato estremo divertimento in chi l’ha scritto: sembra quasi di vedere Meacci mentre sorride nello scrivere certi passaggi in corsignanese puro, nel descrivere avventure dal punto di vista di una vecchia Panda o nel redigere improbabili ma verosimilissimi verbali improvvisati. Se riuscirete a leggere questo libro con spensieratezza e senza pregiudizi, quest’allegria contagerà anche voi e non potrete evitare di ripensare ad Apperbohr e a Corsignano con affetto.

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