Un sogno corale: il romanzo europeo del momento

“Oneiron”, di Laura Linsdstedt

Quando leggo le recensioni e le quarte di copertina dei libri e poi ne affronto in prima persona le pagine, tendo sempre a rimanere delusa.

Insomma, cosa vuol dire che un libro evoca una certa atmosfera? Il verbo evocare stimola una precisa serie di immagini nella mia mente e non è certo detto che tra le pagine del volume io possa ritrovarne di simili; così accade per tutta una sfilza di parole dal suono esotico e dal significato incerto.

Con Oneiron, acclamato lavoro di Laura Lindstedt vincitore del Finlandia Prize 2016, non c’è stata traccia di questa delusione: l’autrice ha l’abilità di creare frasi, costrutti e scene che descrivono alla perfezione ciò che succede quando si evoca qualcosa o quando si usano altre parole astratte e intangibili.

Oneiron si propone come un’opera straniante, invadente e fuori dagli schemi.

Immagina, sei quasi cieca, recita la prima riga.

Quattro parole che sembrano dire: questo libro non è un gioco. Sei chiamata in causa, ONEIRON def_Layout 1subito e con tutta l’attenzione possibile attraverso un’intricata serie di passaggi di cui si fatica a vedere il fondo, ti ritrovi scaraventata in un posto di atroce lucentezza, un bianco denso e sconfinato in cui altre sei donne ti attendono per iniziare a raccontare la storia: non sarei mai riuscita a descrivere quel che il verbo scaraventare vuol dire meglio di come ha fatto Laura Lindstedt con l’incipit di Oneiron.

Nel limbo di luce bianca in cui il tempo si è fermato ci sono sette donne di età, nazionalità ed estrazione sociale diverse: l’ebrea americana Shlomith, Ulrike la Salisburghese, l’olandese Wlbgis, la senegalese Maimuna, la francese Nina, la brasiliana Rosa Imaculada e la polacca Polina. Insieme litigano, raccontano, cercano di trovare il senso della loro presenza nel limbo e di ricostruire gli istanti immediatamente precedenti al loro arrivo. Pensano di essere morte e non vogliono crederci; alcune di loro hanno già in sé lo spettro della malattia e altre sembrano sprizzare vita. Inizia così un viaggio tortuoso e profondo da una parte all’altra del mondo attraverso diverse forme narrative: il racconto, l’elenco, l’articolo di giornale, il testo di una conferenza. Alcune delle donne, come Shlomith, Maimuna e Rosa Imaculada, hanno vite avventurose e sorprendenti e attraverso i loro personaggi Laura Lindstedt racconta storie che costituirebbero anche da sole dei quadri coinvolgenti e interessanti; le altre hanno esistenze ordinarie, eppure ognuna di loro è necessaria, unica e infelice a modo suo e le loro storie continueranno ad intrecciarsi a vicenda in un crescendo di tensione fino al momento della catarsi finale.

A stupire più di ogni altra cosa è la monumentale ricchezza di dettagli dell’opera: la narrazione infatti spazia con elasticità e apparentemente senza fatica da un tema all’altro e solo leggendo i ringraziamenti a fine libro è possibile avere un’idea della quantità di tempo e ricerca che è costata all’autrice la stesura di questo romanzo.

Personalmente, ho apprezzato moltissimo le pagine dedicate a Shlomith, l’artista performativa che ha messo tutto il suo corpo a servizio dell’arte e della cultura e che è dimagrita a livelli patologici per dimostrare le connessioni tra ebraismo e anoressia. La sua storia offre uno spaccato insolito e deciso della società degli ebrei ortodossi e genera sentimenti contrastanti: non sarei nella realtà una fan di un’artista estrema come Shlomith, ma l’immagine di lei che trapela dalle pagine è troppo viva, palpitante e decisa perché si possa evitare di amarla.

La parte della storia dedicata a Shlomith è quella più consistente, ma tutte le protagoniste hanno il loro momento per brillare e gli scenari della loro vita, dalla Salisburgo di Ulrike infestata di immagini di Mozart al Senegal di Maimuna dove una ragazza che vuole sottrarsi ad un matrimonio combinato è costretta a mettere in gioco tutto ciò che ha, sono ricostruiti minuziosamente con una prosa ricca e dettagliata.

Alla lingua di Laura Lindstedt è dedicata una lunga e interessante prefazione. Il linguaggio di Oneiron è variegato, si passa in pochi paragrafi da una precisione chirurgica nelle descrizioni ad un lessico volgare apparentemente ingiustificato e qua e là non è raro incontrare parole inventate sul momento (Nina Moltoincinta è un esempio tra tanti). In un paio di occasioni le parole sfuggono allo schema severo delle righe e si espandono disordinatamente in tutta la pagina .

Sotto un tocco più maldestro, l’insieme di questi elementi avrebbe potuto facilmente assumere una forma disordinata e pretenziosa: Laura Lindstedt invece li combina insieme con estrema naturalezza e anche nei momenti in cui le scelte narrative diventano più assurde e bislacche si ha la sensazione che questo sia l’unico e solo modo in cui le cose potevano essere raccontate e che l’autrice sia riuscita a centrare in pieno ogni necessità stilistica e lessicale, evitando di cadere nella trappola del mero esercizio di stile.

Come il limbo bianco in cui sono imprigionate le sette protagoniste, Oneiron è un libro accogliente e rassicurante e si tende a rimandare il più possibile il momento di leggerne l’ultima riga: le donne sono così umane e vere che non si può fare a meno di scegliere fra di loro le preferite, indignarsi e commuoversi insieme a loro e sperare fino all’ultimo nel lieto fine.

Ma qual è poi questo lieto fine? L’interrogativo rimane in sospeso fino alla fine e l’unica certezza che si ha prima di salutare Maimuna, Nina, Wlbgis, Rosa Imaculada, Ulrike, Polina e Shlomith è che qualsiasi momento terribile e angosciante può essere condito di dolcezza se non lo si affronta da soli, che la solidarietà è un sentimento che va oltre la simpatia, la gentilezza e i capricci del caso.

L’aggraziato finale di Oneiron lascia il lettore con un mesto sorriso sulle labbra e una inspiegabile e impellente necessità di trovare qualcuno, chiunque da abbracciare a lungo.

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