Il Simpatizzante: ecco in Italia l’imponente romanzo vincitore del Pulitzer ’16

Il simpatizzante, Viet Thanh Nguyen
(Neri Pozza)

“Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno”

Ha inizio così, con questo incipit magistrale, il romanzo fresco vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa, discusso e molto venduto negli USA e prontamente tradotto e pubblicato in Italia da Neri Pozza.

Nguyen, nato nel Vietnam del Sud nel 1971, si trasferisce negli Stati Uniti nel ’75, a termine della guerra, dove vive tuttora ed insegna English and American Studies and Ethnicity alla University of Southern California. Questa premessa era d’obbligo perché è proprio a partire dalla sua esperienza di esule, dalla diaspora del suo popolo negli USA e dalla caduta di Saigon che ha avvio questo corposo romanzo sulla Guerra del Vietnam.
Ma non si deve pensare a un romanzo strettamente sulla belligeranza, sugli scontri armati con i vietcong e quant’altro la produzione cinematografica inerente ha proposto e riproposto. Il Simpatizzante è la lunga confessione del protagonista, una spia, un ‘simpatizzante’ per l’appunto, che viene mandato dai comunisti del nord come talpa tra i filoamericani del sud.

Il romanzo prende il via proprio dalla caduta di Saigon, la capitale del Sud, e dalla fugacop del protagonista insieme ad altri in America, sempre fingendosi uno di loro e mandando informazioni in codice agli uomini del Nord. A tal proposito ritroviamo quelle che a mio personale parere sono le pagine più belle del romanzo: a partire dall’osservazione dell’Occidente da parte di un orientale, la voce narrante del Simpatizzante ci offre riflessioni preziose e interessantissime sull’eterno conflitto tra Oriente e Occidente. Gli americani ma gli occidentali in generale, e quindi anche noi, vengono osservati come un antropologo osserva una tribù di primitivi o uno zoologo osserva un gruppo di animali: diventa l’occasione perfetta per comprendere la nostra società, per notare noi stessi il mondo in cui viviamo, sotto la lente dello sguardo orientale.

Interessantissime le riflessioni sull’incoerenza dei tabù occidentali: un brillante esempio lo troviamo al capitolo 5, laddove si dice che in Occidente si prova

“più imbarazzo a parlare di sesso che non di altri argomenti a mio avviso ben più difficili da sviscerare, come il fatto di aver ucciso diverse persone: un atteggiamento perfettamente in linea con l’intera storia del Cattolicesimo.”

Da qui il protagonista racconterà con naturalezza dei modi più bislacchi in cui da adolescente ha praticato autoerotismo, in particolare quella volta che s’era servito di un calamaro rubato in cucina. Se la descrizione minuziosa appare assurda, grottesca se non addirittura rivoltante, la conclusione a cui si giunge ci mostra il tranello provocatorio in cui Nguyen ha fatto cadere la nostra mentalità occidentale:

“Alcuni troveranno sicuramente questo episodio osceno. Non io, però! I massacri sono osceni. La tortura è oscena. Tre milioni di morti sono osceni. La masturbazione, anche se, lo ammetto, con l’ausilio di un calamaro non consenziente? Non lo è altrettanto. Per quanto mi concerne, resto convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se la parola ‘omicidio’ destasse in noi almeno le stesse perplessità della parola ‘masturbazione’.”

Ma soprattutto sono riflessioni di forte criticità verso la società americana a partire dai suoi atroci crimini prodotti in Vietnam e poi propagandati dalla retorica statunitense come atti di audace eroismo.

“Sto per caso accusando gli strateghi americani di aver deliberatamente sradicato interi villaggi di contadini per portarsi via le ragazze, lasciandole con l’unica scelta di offrire servigi sessuali agli stessi ragazzi che avevano bombardato, mitragliato, bruciato, depredato o comunque evacuato a forza i suddetti villaggi? Niente affatto. Mi limito a dire che la creazione di un esercito di prostitute locali al servizio dei soldati stranieri è l’esito inevitabile di una qualunque guerra di occupazione, uno dei piccoli e sgradevoli effetti collaterali della difesa della libertà che tutte le mogli, le sorelle, le fidanzate, le madri e tutti i pastori e uomini politici di Smallville, USA, fingono di ignorare e nascondono dietro un muro di denti bianchi e lucidi, quando salutano il ritorno a casa dei loro soldati, pronti a curare qualunque innominabile afflizione con la penicillina della bontà americana.”

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Viet Thanh Nguyen, foto di Anna Min, Author Website

 

La lucida, feroce, a volte ironica critica agli americani continua con Hollywood, definito come “la più efficiente macchina propagandistica che fosse mai stata creata (con buona pace di Joseph Goebbels e dei nazisti, che non avevano mai raggiunto un potere altrettanto globale)” e il cui “obiettivo dichiarato era lobotomizzare e insieme derubare le platee di tutto il mondo.” Infatti “per sfruttare un paese, le era sufficiente immaginarlo a modo suo.”

E ancora, altro passaggio notevole di critica aspra: “Dopotutto non c’era nulla di più americano che imbracciare un fucile e prepararsi a morire per la libertà e l’indipendenza, a parte forse imbracciare quello stesso fucile per portar via la libertà e l’indipendenza a qualcuno.”

Ed è incredibile pensare che questo romanzo, opera prima di questo giovane professore vietnamita, abbia poi vinto il Pulitzer in America e in tutti gli States sia diventato un best seller.

Il simpatizzante è un romanzo potente, forte, che ci fa riflettere sulla storia recente come occasione inoltre per pensare in termini diversi alle contraddizioni e ai paradossi insiti alla base della nostra società occidentale. Un romanzo che parla di ingiustizie e soprusi, del rapporto tra noi e l’altro, del centro contro la periferia del mondo, ovvero un romanzo quanto mai attuale.
Eppure è un romanzo difficile da leggere, che porta via tempo ed energie. Oltre 500 pagine, uno stile arduo perché necessita una attenzione completa: spesso i passaggi sono bruschi e se si difetta d’attenzione il rischio è perdersi; inoltre la narrazione non può certo dirsi fluida, complice inoltre la mancanza di discorsi diretti per i dialoghi, che quindi prevedono uno sforzo superiore per distinguerli dal resto della confessione; e anche la mancanza di descrizioni per così dire scenografiche, ovvero descrizioni dell’ambiente in cui sono inscenati gli episodi che vengono raccontati, il che rende spesso difficile, unitamente ai passaggi spesso bruschi, cogliere il cambio di scena e di interlocutori e comprendere con esattezza – in unione a una narrazione che procede spedita come un treno – ciò che sta avvenendo.

Insomma, un romanzo imponente e interessante, ma non certo facile da leggere, per ciò che dice ma ancor più per come lo dice. Un romanzo che porterà via certo del tempo e quindi che va letto con la giusta pazienza, ma che comunque saprà dirvi cose inattese.

 

PS. Una curiosità: nei ringraziamenti, Nguyen nomina con sorpresa lo scrittore e giornalista italiano Tiziano Terzani e la sua opera Giai Phong! La liberazione di Saigon.

 

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