L’ultimo romanzo della più importante scrittrice turca contemporanea secondo Orhan Pamuk

Tre figlie di Eva, di Elif Shafak

Ci sono libri che si pianifica di leggere da lungo tempo sperando di trovarci dentro qualcosa di nuovo ed esaltante e libri che, semplicemente, ci capitano tra le mani nel momento giusto, pronti a soddisfare la curiosità e il desiderio che ci tormentavano in quel periodo e che non immaginavamo di poter incontrare tra quelle pagine. Tre figlie di Eva, per me, è stato uno di questi libri: ultimamente cercavo letture mediorientali che parlassero di Islam e di immigrazione e a dir la verità ho cominciato questo libro senza intuire che vi avrei trovato proprio questi argomenti.

Nonostante il titolo alluda a tre donne protagoniste, il libro è narrato interamente dalla prospettiva di una sola di loro: Peri, ultimogenita di una famiglia turca benestante che ha frequentato l’università ad Oxford per un paio d’anni ed è poi tornata nella sua città natale, Istambul, dove si è sposata, ha avuto tre figlie si è inserita nell’ambiente contraddittorio e luccicante dell’alta borghesia turca. La storia si svolge attorno agli anni che Peri ha passato ad Oxford, da lei ricordati durante una cena di gala, e si alterna su due piani temporali.

Elif Shafak inaugura BookCity Milano 2016 e presenta in Italia il suo nuovo romanzoDifficilmente avrei potuto trovare un libro che rappresentasse la Turchia contemporanea più di Tre figlie di Eva: non solo l’autrice ne traccia un ritratto impietoso eppure carezzevole nel descrivere la città di Istambul con i suoi odori, rumori, ritmi e personaggi, ma ne offre anche un quadro politico e sociale con i discorsi dei commensali durante la cena a cui prende parte la Peri del presente. La conversazione mostra una élite turca perennemente a cavallo tra Oriente e Occidente, pronta a farsi moderatamente beffe di ambo le parti (l’eccessiva democrazia europea e l’eccessivo oscurantismo dell’Islam fanatico) e a cercare di acquisire invece il meglio di ambo i mondi: così bere alcolici è accettabile durante una cena fra musulmani non particolarmente osservanti, ma mangiare maiale rimane un tabù; nessuna delle donne è velata e qualcuna di loro è anche una lavoratrice, ma rimane comunque un cordone invalicabile tra uomini e donne e le conversazioni tra i due sessi non riescono mai a mischiarsi e amalgamarsi in un’unica mistura: agli uomini spetta parlare di politica e affari, mentre le donne possono dedicarsi a tutto il resto. Il maschilismo non è dichiarato né esplicito, ma è comunque presente e serpeggiante in ogni commento e in ogni movenza degli invitati alla cena. Da questo punto di vista, il titolo di migliore scrittrice turca contemporanea attribuito a Elif Shafak da Orhan Pamuk è ben meritato.

Una perfetta incarnazione dell’indeciso spirito turco è proprio la protagonista, Peri: cresciuta con un padre e un fratello atei e una madre e l’altro fratello devoti al limite del fanatismo, fin dall’infanzia stenta a trovare il suo posto nelle violente dispute familiari, restia a lasciar andare completamente Dio ma anche ad accettarne la visione claustrofobica di sua madre. Così Peri beve alcolici insieme al padre ma non mangia carne di maiale, non si vela ma non indossa neanche abiti scollati, non rispetta il vincolo della verginità pre-matrimoniale ma si sente in colpa quando ha rapporti sessuali e per evitare il conflitto che la dilania perennemente si condanna ad una passività spinta fino ai limiti dell’esasperazione.

Mandata a studiare ad Oxford per esaudire i più ferventi desideri di suo padre, Peri è costretta a confrontarsi con il mondo esterno nelle figure di due compagne di università: Shirin, nata in Iran, rigetta l’Islam e tutti i suoi principi e si professa atea, è estroversa e sempre circondata di amici e pretendenti; Mona, nata in Egitto ma vissuta negli Stati Uniti, è credente e praticante, porta il velo, combatte per i diritti dei musulmani ed è un’attivista femminista. Le tre ragazze si troveranno sempre più spesso ad interagire un po’ per caso un po’ grazie alla mano invisibile del professor Azur, figura centrale del romanzo e della vita delle ragazze.

Azur tiene ad Oxford un seminario su Dio. Non si tratta di un corso di teologia o di religione ma di un percorso di ricerca scientifica sull’esistenza di Dio a cui solo pochi eletti scelti personalmente dal professore possono partecipare. I metodi di Azur sono originali al limite del brutale, non esita a mettere in imbarazzo o a gettare nell’angoscia i suoi studenti e per questo la popolazione di Oxford è brutalmente divisa tra chi lo adora e chi lo odia.

Le lezioni del professor Azur sono state la parte più interessante del libro e ho desiderato ardentemente di poter partecipare al seminario: l’obiettivo di Azur è portare la filosofia nella vita dei suoi studenti e quindi seminare il dubbio e l’incertezza nelle loro menti. Essere incerti e dubbiosi non è per Azur una situazione transitoria che è necessario superare con l’autoanalisi e l’esperienza, ma un traguardo da raggiungere, perché solo nel dubbio è possibile fare ricerca, scoprire nuove realtà e migliorarsi.

La dubbiosità di Azur è ben diversa da quella di Peri, pur da lui soprannominata la elif-shafak_2Dubbiosa: l’incertezza di Azur muove la sua curiosità e la sua determinazione, quella di Peri la paralizza e la porta a vedere ogni suo gesto come una colpa. Osservare Peri dal punto di vista di Azur mi ha tuttavia aiutata a comprendere meglio il suo personaggio e a sopportare tutti i suoi pesanti momenti di depressione. Ad avermi convinta meno tra le tre ragazze è stato il personaggio di Shirin, la Peccatrice: la sua spavalderia e incrollabile certezza di essere nel giusto a scapito degli altri mi sono sembrate molto in contrasto con gli insegnamenti di Azur e non ho sinceramente capito in cosa le abbia giovato seguire il suo seminario.

Ho trovato invece estremamente interessante Mona, la Credente, sia perché mi interessa molto il rapporto tra Islam e femminismo, sia perché nelle sue apparenti contraddizioni ho visto un equilibrio più forte e sereno di quello di Shirin. È quindi un peccato che questo personaggio così originale sia stato solo abbozzato dall’autrice in favore di molti capitoli su Peri e Shirin che aggiungevano poco ai loro personaggi già ben definiti e sarebbero stati evitabili.

La struttura del romanzo è infatti ridondante nella parte centrale in cui si susseguono vari capitoli di vita quotidiana che non raggiungono altro scopo che l’aumento della noia del lettore, mentre le ultime e più importanti pagine finiscono per essere raccontate in fretta lasciando qualche perplessità.

Lo stile di Shafak è scorrevole e piano, non ci sono picchi di lirismo né tentativi aulici e la lettura procede velocemente. Leggerei altri suoi libri se non altro per attingervi altri spunti di riflessione sul rapporto tra Islam e femminilità e come omaggio ad un’autrice forte e decisa che continua ad esprimere la sua contrarietà al regime che vige in Turchia nonostante gli insulti regolarmente ottenuti, tra cui quello di aver infangato il buon nome della Turchia con il best seller La bastarda di Istambul.

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