“Solo se c’è la Luna”, candidato allo Strega 2017, prende vita nell’intervista a Silvana Grasso

Silvana Grasso, originaria della provincia di Catania, è semifinalista al Premio Strega 2017 con il romanzo Solo se c’è la Luna, edito da Marsilio.
Filologa classica per formazione, ha già pubblicato diverse opere e vinto numerosi premi letterari a livello regionale e nazionale. Dopo essere stata assessore ai Beni Culturali a Catania dal luglio 2007 al marzo 2008, oggi cura per il quotidiano La Sicilia la rubrica La Gorgone e vive a Gela, dove insegna lettere presso il liceo Eschilo.

In occasione della sua candidatura allo Strega della sua partecipazione al Premio Campiello 2017, la cui cinquina finalista verrà nominata a breve, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autrice a proposito della sua opera – e non solo.

Prima di tutto, al di là delle scarne definizioni che si leggono in rete o che se ne dànno durante presentazioni curate da terzi, chi è Si­lvana Grasso e come racconterebbe sé ste­ssa a chi non la con­osce?

Se sapessi raccontarla, la Grasso, ne farei un romanzo. Ma è talmente cangiante, sfuggente, depistante, inquietante, fuorviante, che non ci provo nemmeno: quindi lascio agli altri, voi compresi che state leggendo, l’arduo compito di capirci qualcosa, di sondarla, di testarla proprio come si fa con il nucleare e poi magari di raccontarla a me, se prima non sarete esplosi…
Non è uno scherzo, è che proprio non ci capisco un granché di me. D’altronde è meglio non essere saccenti con sé stessi e rinunciare all’eureka! di certi stupidi “so tutto io”. Dunque resto misteriosa a me stessa, sconosciuta, e questo mi evita la terribile noia della convivenza: trovo ogni mattina una “Silvana” diversa rispetto a quella che s’è accucciata nel piumone la sera prima e mi sta bene così.
Insomma, sono un contenitore, un mappamondo di infinite “Silvana” a seconda dell’emozione del momento – furore, tenerezza, ansia, sgomento… Ognuna di queste “Silvana” è al momento verissima, come verissima è l’emozione che la genera. Perciò Silvana è perennemente in fieri – o in work in progress, come direbbero altri, anche se io preferisco il “mio” latino!

Solo se c’è la Lu­na è la pubblicazio­ne con cui sei stata candidata al Premio Strega 2017. Quand’è nata per la prima vo­lta l’idea di scrive­rla e come si è evol­uta l’ispirazione in­iziale, nel corso de­lla stesura?

La nascita, o meglio, lo zigote di un romanzo può datare lontanissimo nel tempo e arrivare anche a molti decenni. Poi può abortire perché altre suggestioni lo depotenziano o lo ammazzano – oppure, con la luna giusta, può fecondarsi in una storia, oltrepassare il guado della mia ferocia, della mia titubanza, della mia insicurezza, del mio rigore, e arrivare alla nascita.
Per un’idea che nasce ne ammazzo almeno altre mille, anche perché le candidature non spostano di una virgola ciò che sono: la scrittura non dipende certo da un premio o da cento! Mi comporto così nell’intento di tutelare tutti quei lettori che non dovrebbero leggere stronzate, come invece accade per via del fatto che di solito nessuno rinuncia nemmeno a una virgola della paginetta che ha scritto e che stima come un capolavoro sacro e venerando, sangue di Santi.

Quest’ultimo, secondo te, è un atteggiamento comune a chi scrive?

Assolutamente sì, sebbene “chi scrive” sia cosa ben diversa da “uno scrittore”.
Nona a caso, basta il semplice indice di un manuale di Storia della letteratura contemporanea per notare che, a fronte di migliaia di gente che ha pubblicato, solo una decina passa il guado della Letteratura.
Saranno il Tempo e il passaggio da una generazione all’altra a decidere chi ha solo scritto e chi, invece, è uno scrittore. Poiché, però, è assai più pericoloso usare una pistola che una penna, nel frattempo chi lo desidera giochi pure con la penna fino a che finisce l’inchiostro.

Torniamo alla tua opera. I personaggi, ciascuno a suo modo, sembrano ess­ere tutti protagonisti delle vicende: Gerri tornato in Sicilia dopo trent’anni trasc­orsi in America, la giovanissima e ingen­ua Gelsomina che lui prende in moglie, la sfuggente e ammala­ta Luna nata dal loro matrimonio e l’alt­era e sensuale Gioie­lla, unica custode e complice di questa fragile e pulsante figlia femmina.

Sì.  e sono tutti infettati dalla mia nevrosi, dalla mia inquietudini, dalla mia umoralità e da tanto altro – né appronto vaccini per “normalizzarli”, non ci penso proprio.
Sono mei non perché contenuti in romanzi pubblicati con il mio nome, ma perché in parte ciascuno di loro è me.

A qua­le esigenza e volontà risponde la scelta di una narrazione tanto “corale”, in cui ogni individuo ha una personalità preg­nante e non un’entità piegata a certe ge­rarchie narratologic­he tradizionali?

Il fatto è che sono indisciplinata sempre e da sempre, anarchica e solitaria.
Venticinque anni fa, per esempio, quando ho esordito con la raccolta di racconti Nebbie di ddraunàra, andavano di moda i cosiddetti “cannibali”, le cui opere copia-incolla erano definite letteratura dagli adepti al cannibalismo. Così, sono stata al centro di sdegno, di censure e di livori perché io “non cannibale” non ero alla moda e non avrei dovuto essere pubblicata – e men che mai recensita con tanta ammirazione da critici d’eccellenza.
Che dire? Fortuna che all’epoca non ero alla moda! Il risultato è stato che, coi miei racconti non cannibali, ma assolutamente silvaniani, ho ottenuto il Premio Mondello Opera Prima e il Grinzane Cavour Opera Prima, cosicché i cannibali sono stati dalla mia strepitosa affermazione cannibalizzati e fatti fuori.
Questo perché la scrittura è audacia avventura coraggio esplorazione e masochismo, non gita scolastica liceale. È un condominio alla cui quote millesimali sono tenuti tutti i condòmini. E, soprattutto, è autistica unica ed esclusiva, non ammette certo lavoretti di gruppo né ingegnerie collettive.
I lettori hanno il diritto di considerare con occhio critico tutto ciò, dopodiché sta a loro decidere se andare incontro al singolo autore con un machete o con una corona.

Le vicende di Solo se c’è la Luna sono se­mpre descritte con un’attenzione partico­lare ai contrasti.
Da un lato le similit­udini fra esseri uma­ni e natura, dall’al­tro la commistione fra la globalizzazione americana e l’arre­tratezza siciliana; da una parte un ling­uaggio elegante, fas­cinoso ed evocativo, dall’altra parte i richiami al dialetto, i termini triviali e le parolacce.
Ora un interesse onirico per la cultura, ora la convivenza conc­retissima con una ma­lattia rara; prima schemi relazionali tr­adizionali (matrimoni forzati e famiglie patriarcali) e poi irruzioni di legami fuori dai canoni, co­me quello fra Luna e il mondo, o quello fra Luna e Gioiella.

L’ossimoro, il contrasto e il banco-nero sono in effetti il leitmotiv della mia molto cangiante personalità.
L’ossimoro permette il bifrontismo dei personaggi e delle tonalità caratteriali, mentre il contrasto è la lente d’ingrandimento per il particolare, che resterebbe altrimenti emarginato ghettizzato. Quasi sempre, peraltro, il particolare è poi il centro motore di ogni cosa, la leva grazie a cui si muovono la storia e i personaggi.
D’altro canto, quanto fastidio ci darebbe un uomo come Jerri, se non fosse proposto in modo tale che l’ironia lo renda magnifico – e nient’affatto verghiano come potrebbe esserlo, invece, uno attento all’accumulo, al patrimonio e alla “roba” come lui?

Proprio parlando di ironia, ti chiedo a questo punto: qual è l’obiettivo di questa caleidosco­pica mescolanza di tragico e comico, ser­io e faceto, solenne e ridicolo, normale e a-normale?

L’ironia è la psicanalisi con cui andare a fondo nella conoscenza dei protagonisti e grazie a cui osservarli ben oltre la “facciata” della superficie. Anzi, ancora meglio, direi che l’ironia è la miccia con cui fare esplodere la bomba che ognuno contiene dentro di sé, nessuno escluso.
Sono infatti del parere che i personaggi debbano essere continuamente completati nella loro personalità da chi legge, grazie a quel rovesciamento dell’apparenza che solo la divina ironia può compiere. Altrimenti, sarebbe estramente noioso per me e per i miei lettori fissare una semplice “fotografia” descrittiva, in cui quanto raccontato non viene né approfondito né smentito.
Nella vita come nella Letteratura, dopotutto, se si guarda con attenzione si scopre che niente è mai come sembra. E l’ironia aiuta a comprenderlo.

Una delle perenni curiosità di chi leg­ge nei confronti di chi scrive riguarda il rapporto fra quan­to viene assolutamen­te inventato e quant­o, invece, viene rie­laborato e ri-creato a partire da esperi­enze dirette o indir­ette dell’autore/aut­rice. Vuoi svelarci, nel tuo testo, cosa rientra nella prima categoria e cosa nella seconda, almeno in parte?

Io sono una “stalker” di natura, una sanguisuga curiosissima nei confronti di chiunque si imbatta nella mia strada e non assomigli a un trunzu, cioè a un vegetale. Questa tavolozza umana credo mi offra ogni volta i colori di base, anche se mescolarli, ottenere le giuste sfumature e azzardare incroci è una mia vocazione, un mio azzardo, una mia curiosità, un mio delirio.
Così, la stessa creatura incontrata chissà da quante migliaia di persone non si trasforma in niente e resta solo sé stessa, per via della cecità di chi la guarda. Sotto il mio occhio strabico, invece, può diventare personaggio – seppure poi diversissimo da quello che ho incontrato e che lì per lì serve solo da input. In alcuni casi, addirittura, le suggestioni si mescolano e si confondono tanto dolorosamente bene tra loro che mi fregano, non permettendomi più di capire quale sia stato lo spunto di partenza e se ce ne sia stato uno specifico.
Al di là di questo, comunque, rimane il fatto che ricreare è indispensabile per evitare la “fotografia da smartphone” di cui parlavamo prima. Senza azzardo, senza fantasticheria e senza follia, infatti, non c’è scrittura. Ci possono essere sì una pubblicazione o un giro di pista editoriale, ma poi ogni cosa finisce lì. Non si va oltre, perché non è di Arte che si tratta.

Arriviamo ora al finale rom­anzo, struggente e vibrante. A tuo parere, c’è più da leggersi un destino tristemente inevitab­ile o un riscatto pe­rsonale che, nonosta­nte la sofferenza e la fatica, non rimane mai una lotta vana?

Nella conclusione, come in tutto il romanzo, c’è quello che il lettore vede percepisce suggerisce e, perfino, riscrive. Niente di più e niente di meno.
Io non faccio il medico, perciò non do prescrizioni per la lettura. Suggerisco solo una parola-chiave per l’approccio all’opera: azzardo. Se il lettore vuole capirci di più, quindi, si tuffi in queste mie pagine sconosciute e provi da sé il brivido dell’ignoto, nella speranza e con l’augurio che nel leggere fino all’epilogo non si senta poi truffato, ma invece solo ristorato, dalle acque in cui avrà navigato.

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