“La figlia femmina”, l’esordio letterario del momento

La figlia femmina, di Anna Giurickovic Dato

La figlia femmina è il romanzo d’esordio di Anna Giurickovic Dato, pubblicato da Fazi Editore e candidato al Premio Strega 2017. Dalla lettura della trama sul sito web della casa editrice e di alcune recensioni mi aspettavo una lettura problematica: sapevo che la tematica del libro era quella della violenza e delle molestie a minori e quindi leggere frasi che alludevano alla difficoltà nel determinare la vera vittima della vicenda mi aveva turbata. Come può la bambina non essere la vera vittima in un episodio di violenza su minori?

La lettura del romanzo, estremamente scorrevole e avvincente, ha parzialmente risposto alle mie domande.

figliafemminaIl libro è pervaso di una forte e costante ambiguità che a seconda delle convinzioni e del sistema di valori del lettore può portarlo a dubitare di tutto o a provare repulsione nei confronti della storia, e questa caratteristica è principalmente dovuta alla voce narrante scelta, quella della madre di Maria, la figlia femmina del titolo.

È lei, Silvia, ad accompagnare chi legge in un viaggio tra passato e presente, tra un Marocco accogliente denso di profumi, sapori e colori e una Roma altrettanto colorita ma vuota e ostile. In Marocco racconta del rapporto con suo marito, della sua vita a tre con lui e la figlia nella quale non erano tollerate altre intrusioni se non quelle sporadiche della nonna Adele, del comportamento imprevedibile e problematico della piccola Maria e di come suo padre fosse l’unico in grado di capirla e calmarla. Ci fa percepire l’orrore a cui era sottoposta la bambina da lontano, senza mai tastarlo con mano e rivelarlo, esattamente come mai lei trova il coraggio di scoperchiare la sua vita di tutti i giorni e scoprire cosa vi accade veramente.

I capitoli ambientati a Roma si svolgono invece nell’arco di un’unica giornata in cui una Silvia apparentemente indipendente e appesantita dal dolore prepara un incontro tra il suo nuovo fidanzato e una Maria ormai tredicenne.
Silvia si dipinge come una donna senza qualità e senza desideri se non quello di passare tutta la sua esistenza a fianco dell’uomo che ama e attorno al quale ha modellato tutta la propria esistenza e del quale rifiuta di notare gli aspetti problematici. Quando racconta di come durante il viaggio di nozze suo marito dava segno di provare attrazione sessuale verso la figlia dodicenne dei padroni di casa, Silvia non trova di meglio che dire che la ragazzina avrebbe dovuto coprirsi, perché a un vederla prendere il sole senza reggiseno ad un uomo sarebbe potuto venire un pensiero. Non per questo giustifica il comportamento del marito, però rimane in un limbo: è molto più facile pensare che la ragazzina avrebbe dovuto coprirsi per evitare qualsiasi tipo di pericolo piuttosto che incolpare il pericolo stesso senza condizioni.

Questa scena è ancora perdonabile se vi assistiamo dal punto di vista di una Silvia giovane e appena sposata, ma un sipario simile si ripropone a distanza di tredici anni e ha per protagonisti Maria e Antonio, il nuovo fidanzato di Silvia. Con un atteggiamento disinibito e disincantato che le è valso un paragone con la Lolita di Nabokov,  Maria seduce Antonio per tutto il pomeriggio e lo induce a compromettersi, a toccarla, a dimostrare di essere attratto da lei sotto gli occhi di Silvia che, per tutto il tempo, non fa assolutamente nulla, praticando ancora una volta l’incapacità di agire che caratterizza il suo personaggio.

Nonostante riconosca di essere stata colpevole di ciò che Maria ha dovuto subire da bambina con la sua omertà, Silvia oscilla tra l’indignazione nei confronti di Antonio e quella nei confronti di Maria. Proprio su questo fronte il romanzo raggiunge i picchi di ambiguità più alti, perché Silvia non prende mai nettamente posizione contro il fidanzato o contro la figlia, ma resta incerta e confusa contro entrambi fino a che non diventa impossibile non fare una scelta, se pur stentata.

Quel che mi ha stupito è leggere in varie critiche che l’ambiguità di Silvia è stata attribuita a Maria: certo, anche il comportamento di Maria non è chiaro e univoco, ma non mi sembra possibile pensare che lei possa essere considerata colpevole nei confronti della madre. Tutto ciò che fa è invitare Antonio e lui cede, senza cerimonie. D’altra parte è lui ad averla sessualizzata fin dal primo momento in cui l’ha vista, affermando che sembra ben più grande della sua età, ormai una donna fatta.

Cosa vuole dimostrare Maria a sua madre con il suo comportamento? Perché, è chiaro, Antonio non è che uno strumento nelle sue mani, un tramite per dialogare con una madre che insiste a credere che sia bastato cambiare nazione perché subito debba andar tutto bene nelle loro vite. Il metodo che Silvia ha usato per affrontare il trauma di sua figlia è infatti stato, banalmente, la dimenticanza. Le ha proposto di dimenticare tutto della sua vita passata e di cominciarne una nuova come se questo potesse essere anche vagamente sufficiente a superare un trauma come quello che ha investito l’infanzia della bambina. Forse Maria vuole dimostrarle che è impossibile dimenticare. Forse vuole punirla per quel che ha permesso che le venisse fatto, forse vuole mostrarle che gli uomini sono tutti uguali e non ne esiste uno con cui lei possa essere al sicuro, quindi è meglio restare loro due da sole, senza intrusioni.

Forse le tre motivazioni si fondono insieme e quel che ne deriva è un atteggiamento infantile e presuntuoso che Silvia non riesce a comprendere e legge solo come un indice del fatto che non conosce davvero sua figlia, mentre invece ha tutti gli strumenti per comprenderla.

Se sei femmina, sei sola, dice solennemente Maria ad Antonio, e infatti La figlia femmina è la storia di due donne sole che non riescono ad unire le loro solitudini e trarne consolazione. L’autrice non fornisce ricette o facili chiavi interpretative per comprendere il legame tra Silvia e Maria, ma la tragicità della loro vicenda, sospesa a metà tra un implacabile rimorso e un possibile perdono, suscita infine nel lettore profonda compassione.

La figlia femmina è un esordio ambizioso, scritto con un lessico ricco e sempre coinvolgente e uno stile fresco, fatto di descrizioni brevi e precise e dialoghi serrati. Attendo di leggere altro da Anna Giurickovic Dato.

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