Storia della più grande mistificazione letteraria di sempre

Sentite questa curiosa storia: la storia di una delle più grandi mistificazioni letterarie di sempre.

Il protagonista è Emile Ajar, scrittore francese di culto negli anni ’70. Ma Emile Ajar semplicemente non esisteva: uno gioco grandioso, una menzogna artistica, la personificazione di un falso d’autore.

“Parigi, 1975. Il più prestigioso premio letterario di Francia, il Goncourt, viene assegnato a uno scrittore sino ad allora sconosciuto, Emile Ajar, per il romanzo intitolato La vita davanti a sé. La critica e la giuria del premio non paiono accorgersi che di Ajar non si sa nulla. Nemmeno la comunità delle lettere parigina rileva questa singolare circostanza.
Nessuno, naturalmente, sospetta che dietro Emile Ajar si cela l’autore delle ‘Radici del cielo’, il vecchio Romain Gary, bollato da tutti come uno scrittore finito, ‘alla fine del suo percorso’ . E’così che Romain Gary, il grande narratore dimenticato, riesce nella sua massima impresa letteraria: essere personaggio di se stesso, ‘l’unica forma di autenticità che si riesce a tollerare’. Con la consacrazione del Goncourt ad Ajar corona il suo sogno: l’invenzione di un uomo che non esiste, che diventa autore simbolo del suo tempo, e che con i suoi libri resterà per sette anni in cima alle classifiche di vendita. La più grande mistificazione letteraria della storia.” (1)

Per circa sei anni, Gary riesce a tener salda l’impalcatura della menzogna. Per dare alla stampa e alla società la risposta che cercava, fece inscenare pubblicamente il ruolo di Ajar a Paul Pavlovitch, un suo parente. Dal ’74 al ’79, Pavlovitch si finse Ajar e quindi l’autore dei quattro romanzi che in quei cinque anni Gary scrisse sotto quello pseudonimo.

 Ma come emerge la verità?

“Il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, Romain Gary si recò da Charvet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo.
Nella sua casa di rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove». L’anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l’attrice americana, l’adolescente triste di Bonjour tristesse, era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui.
Il colpo di pistola con cui Romain Gary si uccise la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore nella società letteraria parigina, ma non giunse completamente inaspettato. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes, vincitore del Goncourt già nel ’56, Gary era considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire.” (2)

Solo pochi mesi dopo, il 17 luglio 1981, arriverà la svolta: Gallimard, l’editore di Gary, pubblica un’opera che lo scrittore aveva terminato di scrivere due giorni prima del suo suicidio: le parole con cui l’opera si conclude divennero quasi proverbiali: «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie »
“La pubblicazione costituì un evento che mise letteralmente a soqquadro l’intera società letteraria parigina. Quelle paginette rivelavano, infatti, che Émile Ajar, il romanziere vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé, l’inventore di un gergo da banlieue e da emigrazione vent’anni prima di Pennac, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary, l’autore bollato dallo stesso comitato dei lettori della narrativa Gallimard come uno scrittore finito, «a fine carriera»” (3)

Roman Kacev, lituano di origini, nome vero di Romain Gary, l’uomo che si celava dietro a molti altri nomi (Émile Ajar, Fosco Sinibaldi, Shatan Bogat), fa del realtà una costruzione, del mondo le pagine in cui imprimere la fantasia. Ribalta il reale e il menzognero, si prende gioco, con arte superba e finissima, di una società che l’aveva ostracizzato, denigrato. L’aspetto ancor più superbo è che, per gabbare coloro i quali l’avevano artisticamente e umanamente ripudiato, proprio da costoro si fa apprezzare, elogiare, incensare.
Kacev/Gary è stato un genio, il falsario di se stesso, oltre ad essere così l’unico scrittore ad aver vinto per due volte il Goncourt (con Gary e con Ajar), che per regolamento si può vincere solo una volta nella vita.gary


Fonti:
(1) http://bit.ly/2pWNZzS
(2) http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=4&id_lib=111
(3) http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=4&id_lib=1015

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5 thoughts on “Storia della più grande mistificazione letteraria di sempre

    1. Ho avuto reazione simile. Chissà, mi sono detto, se mai ci sarà un giorno la pubblicazione di Vita e morte di Elena Ferrante. Magari scopriamo che si tratta dell’ormai pluricentenario Gary, vivo e vegeto. Scherzi a parte, la grandezza di Gary è che non ha semplicemente usato uno pseudonimo senza rivelare l’identità, come la Ferrante, ma ha creato un personaggio letterario fuori dal libro e nella realtà, per prendersi gioco di tutti con la follia dei geni

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