Una chiacchierata con Marco Rossari: l’umorismo, Nemesio, lo Strega e altre belle cose

Intervista a Marco Rossari, autore de Le cento vite di Nemesio (Edizioni E/O) e in corsa al Premio Strega. Una chiacchierata interessante su più dimensioni, ricca di spunti di riflessione. Se non avete ancora letto il libro, in questa intervista troverete tutte le buone ragioni per farlo.

500 pagine, precise ed esatte, senza arrotondamenti. Devo confessare che di fronte a libri così voluminosi mi trovo a riporre grandi speranze, ma al tempo stesso, grandi pentimenti: la mia abitudine a non abbandonare libri iniziati mi fa subito pentire di averlo scelto, penso ‘Oddio, e se non lo sopporto, con che fatica finirlo?’. E invece è stato uno di quei rari libri in cui vuoi tornare a immergerti dopo una giornata stancante, e le pagine volano via. Un libro che fa compagnia, e non è poi così facile trovare libri, anche tra i capolavori indiscussi, che diano questa sensazione. Personalmente lo trovo un grande merito.

Be’, ti ringrazio molto. Un lettore mi ha scritto di avere dimenticato la cena sul fuoco e forse questo per uno scrittore è il massimo complimento. Stephen King diceva che il nostro compito è far bruciare l’arrosto.

Quando l’ho iniziato non mi aspettavo di trovare qualcosa di… così. Umoristico, storico-ucronico, surreale, a volte quasi assurdo, ricco di citazioni colte e letterarie tra un calembour e un altro, con personaggi reali da Hemingway fino a Marinetti che facevano da comparsa. Mancava d’Annunzio, avresti potuto sbizzarrirti tanto col sommo Vate. Comunque mi ha preso subito. E poi questa originale commistione tra generi ma soprattutto tra il colto (per riferimenti e anche per certi termini) e il faceto mi è piaciuta tantissimo, c’è bisogno di inculcare l’idea che la cultura non significa noia, ma spasso, divertimento, intrattenimento.

Ah, certo. Con il Vate, personaggio affascinantissimo ma sempre al limite del ridicolo, sai che ridere. Una buona parte della nostra formazione, della mia senz’altro, è data da libri umoristici, a partire da Asterix fino a tante pagine di Carlo Emilio Gadda; credo che si trovi traccia di entrambi in qualche modo. E restiamo pur sempre il paese della commedia all’italiana: alla fine mi è sempre sembrato che Monicelli raccontasse il carattere di tutti, mentre Antonioni solo il suo. Per me la cultura è sempre divertimento e goduria, e viceversa. Inoltre scrivi il libro che vorresti leggere e in quel momento avevo voglia di un’avventura scatenata, sfrenata, sia dal punto di vista linguistico che contenutistico. E così è nato Nemesio con tutti quei personaggi folli.

Analogamente è anche importante ridare dignità all’umorismo. Personalmente sono uno strenuo difensore della serietà e profondità dell’humour. Ingiustamente l’umorismo equivale nell’immaginario comune a poca serietà, come se il riso valesse meno del pianto o che in generale ci fosse una gerarchia delle emozioni. Non posso dimenticare le parole di Kundera, che definisce l’humour un “lampo divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo e la profonda incompetenza dell’uomo a giudicare gli altri.” Secondo lui, il romanzo europeo ha dimenticato di avere come padri Rabelais, Cervantes e Boccaccio. Chi fa ridere non è profondo, si tende a pensare, scordandoci di grandi da Euripide a Pirandello che al dramma coniugavano la commedia.

Appunto, certo. Kundera, essendo vissuto in un regime totalitario, ha sempre presente il potere scardinante dell’umorismo. È un atto esistenziale, politico, satirico, o semplicemente un modo di guardare alle cose. È che, per citare il sommo Guccini, “io per la battuta mi farei spellare”. E poi, anche: “Che gaffe, proprio all’età della ragione”. Ridere è anche un modo per occultare il sentimento, metterlo in secondo piano, renderlo più sommesso e modesto. Nella storia tra Nemesio e Lotte, sotto un mare di risate, c’è una grande tenerezza. Spero che si colga.

Da lettore posso confermare che si coglie. Ma la smetto coi lunghi ‘pipponi’. Dimmi di Nemesio il Giovane. Suo malgrado, potremmo definirlo forse un inetto. Intrappolato in una vita grigia e monotona, solitaria. Lavora al Museo delle Avanguardie delle Avanguardie a cui non ci va mai nessuno… Le vicissitudini del padre lo mettono forse per la prima volta in moto. Come è nato questo personaggio nella tua fantasia? Hai pensato prima a lui o a Nemesio il Vecchio? E quindi (giusto per non farci mancare una metafora pittorica, che col romanzo calza proprio… a pennello) hai ideato prima la cornice narrativa o il quadro?

Non saprei. Ormai è come distinguere tuorlo e albume nelle uova strapazzate. Volevo che il figlio fosse un inetto, il figlio di un nonno o di un padre al cubo, come è stato il Novecento per noi; quindi un compagno generazionale lamentoso e ignavo. Ma forse il personaggio intero, o tutto il libro, è nato da quell’incipit: “Sono nato da uno sperma vecchio”. Poi, come in ogni comica che si rispetti, ho spinto un po’ sul pedale del grottesco e tutto si è mosso insieme: la cornice aiutava la polpa e la polpa aiutava la cornice. Mi muovevo avanti e indietro lungo il testo. È stato bello.

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Certo lo trovo un romanzo coraggioso. Perché te ne freghi degli schemi consolidati, fai tutto a modo tuo. Di scrittori Italiani che affrontano questo genere ce ne sono veramente pochi. È forse un genere più americano, e qui entra in gioco il Rossari traduttore, immagino. Trovi una differenza su questo tra il panorama letterario italiano e quello estero?

Ti ringrazio. Quanto al coraggio, non so. Lo lascio volentieri a chi si occupa di antimafia o cose del genere. Ognuno fa quello che gli va. Il prossimo libro sarà diverso. E anche in Italia abbiamo una tradizione gloriosa, penso a Stefano Benni, Michele Serra, certe cose di Michele Mari e ancora indietro pensa a Campanile, Beppe Viola, la malinconia ironica di Gozzano, i quadretti milanesi di Gadda. Certo, poi inserire tutto in un romanzone vorticoso è difficile e in questo mi hanno aiutato certe passioni americane come Tom Robbins, Vonnegut, Joseph Heller. Infine mi piaceva mischiare i generi: metterci il romanzo di formazione, ma anche rovesciarlo; il romanzo di guerra, ma anche la comica di Charlot soldato; il romanzo d’amore, ma anche le cialtronate di Nemesio donnaiolo. C’è perfino una fiaba illustrata da un bravissimo fumettista, Paolo Castaldi.

Mettendoti nei tuoi panni, non dev’essere stato facile scrivere per 500 pagine un romanzo così, che porta insito il rischio di essere sottovalutato per il genere, a cui si aggiunge l’aggravante del “mattone” di pagine. Insomma, un rischio doppio. Non temevi che avrebbe potuto far fatica a imporsi o anche solo a essere preso in considerazione? Ti capitava mai, mentre eri lì a scrivere, di avere il timore che i tuoi sforzi potessero essere vani?

Vano è un termine vano. Tutto è vano eccetera. A farsi quelle domande, uno non si mette manco a scrivere. Lo scrittore è – in partenza – un tipo piuttosto superbo, simile al gallo convinto che il sole non sorgerà se lui non lancia il suo chicchiricchì. Poi, ripeto, scrivi quello che ti pare e speri che troverà un suo pubblico, un’affinità. A volte basta l’osservazione di un lettore per ripagarti di tanti sforzi. Altre volte non basta nulla.

Il tuo editore come l’ha accolto?

L’accoglienza di Sandro Ferri (direttore E/O, ndr) è stata una cosa meravigliosa. Mi ha scritto una mail che non esiterei a definire commovente. Aveva colto ogni aspetto del libro, che io gli avevo spedito nudo e crudo, senza trama o descrizioni. E invece lui, come il lettore ideale, aveva raccolto ogni sassolino lasciato da me. Ci ha creduto da subito.

E poi è arrivato anche lo Strega. Tanto per non farci mancare nulla. Un fulmine a ciel sereno?

Quando Sandro mi ha proposto di pubblicarlo, non pensavo che Nemesio sarebbe arrivato fin qui. Non posso che rallegrarmene. In fondo mi sembra l’inevitabile coronamento a una serie di avventure rocambolesche. Nemesio si lascia portare, e io con lui.

Ma toglimi una curiosità: nella vita di tutti i giorni, Marco Rossari è come ce lo si immaginerebbe leggendo il tuo libro? Chi fa ridere nelle arti, molto spesso nella vita di tutti i giorni è cupo e grigio, così come ci sono persone allegre e saltellanti che scrivono roba tristissima.

Ti deluderò. Credo di essere abbastanza simile a quello che scrivo. Eppure non faccio che ascoltare musica triste. E inoltre: chi siamo davvero? Davvero Nemo conosce Nemesio o Nemesio conosce se stesso e chi sono Nemesiò, Nemezzio, Nonnesio, tutte le cento declinazioni di un’unica vita multiforme? Fondamentalmente sono un depresso: per questo rido.

Per concludere, cosa vorresti dal futuro come artista?

Artista è un parolone. Vorrei semplicemente stare ancora un bel po’ sulla pagina. Al momento mi ci trovo benissimo.

– Giuseppe Rizzi –

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Marco Rossari è nato a Milano nel 1973. Oltre che romanziere, Rossari è importante traduttore.
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