Nietzsche sa soffrire bene

Giorni fa ho sostenuto un esame all’università: Storia della Teologia. Prima che qualcuno di voi chiuda l’articolo e scappi a buttarsi dalla finestra, voglio rassicurarvi: non ho intenzione di parlarvi di teologia, non nominerò santi del medioevo, non farò menzione di teologi tedeschi e sicuramente questo non sarà un articolo proselitista, lungi da me. Quindi mettetevi pure comodi e leggete fino in fondo, perché quello di cui mi piacerebbe parlarvi è forse anche peggio: vorrei dire due paroline su Federico, il mio amato Nietzsche.

Io già vi sento parlottare tra voi, bisbigliare “Ma che c’entra Nietzsche con la teologia?”, e invece c’entra, c’entra assai. Per adesso, vi basti sapere che il corso che ho seguito all’università era tutto incentrato sull’opera di questo meraviglioso autore. E tra poco vi spiego quello che, secondo me, è il segreto teologico di Federico. Ma partiamo dalle basi: leggere Nietzsche è pericoloso, a qualsiasi età, ma penso che la soglia di pericolosità cresca mano a mano che la vostra età anagrafica aumenta.

Quando incontri Nietzsche non puoi che farti attraversare, almeno inizialmente, da un’ondata di scetticismo. Leggi e ti dici: ma che cazzo ha scritto questo qui? La sensazione continua per una settimana minimo. Poi, un giorno, la rivelazione: metti insieme tutte le nozioni, le frasi, le parole che leggi e le sommi a tutte le esperienze avute, tutto lo schifo vissuto e visto, tutto il dolore subìto. Ed è lì, in quel momento di massima sintesi della propria esistenza, che una vocina sottile sussurra: è tutto vero.

A quel punto, poche sono le reazioni che puoi avere:

  • Abbracci la depressione cocente e sali su un monte per diventare definitivamente un eremita. In fondo erano anni che l’affitto bloccato nel centro di Napoli ti dava problemi, era tempo immemore che il tuo lavoro in banca ti metteva angoscia; quindi chi se ne frega di tutti i benefici di una vita normale. Molli tutto e stai solo tu su una montagna, con qualche bella capretta che ti fa ciao ciao con la manina e tanti cari saluti a un mondo che, in fondo, non ha mai veramente funzionato.
  • Neghi tutto e ti incazzi come la bestia; scendi in piazza Dante e bruci pubblicamente i libri di Nietzsche in preda ad un raptus negazionista. Quando qualcuno prova a parlarti di Federico tu urli e sbatti i piedi: Non esiste, non è mai esistito! Nessuno ha mai pensato certe cose; tutta ipocrisia, tutte bugie. Tutto ciò, ovviamente, per convincerti che la tua routine ti piaccia, che il tuo televisore con abbonamento sky inutilizzato abbia un senso, che il tuo telefono che scoppia di notifiche tutti i giorni ti stia bene così come è; che la Chiesa vada bene così come è, che il mondo vada bene così come è. Perché se è andato sempre bene a tutti così com’è, allora deve andare bene anche a te, o no?
  • Accetti la tragicità e l’incoerenza dell’esistenza, ammetti che non potrai mai fare altro che oscillare tra l’essere un “cammello” e l’essere un “leone” (una lettura delle prime pagine dello Zarathustra vi aiuterà a capire il senso di queste due figure). In fondo, ad essere un vero “fanciullo” non c’è mai arrivato nessuno, neanche Nietzsche stesso (e anche qui, come sopra, vi direi di dare un’occhiata allo Zarathustra). Però vale la pena di ripercorrere la propria vita con uno spirito critico diverso, amare le incoerenze stesse e il tragico senso di inadeguatezza e solitudine che ti porterai dietro per tutta la vita; e, infine, pensare che la vita non è brutta per questo, ma che anzi ha mille colori in più proprio grazie a questa amarezza sottile che si porta dietro.

Tutto questo per dire quello che poi è esplicitato nel titolo: Nietzsche sa soffrire bene. Nel senso che è riuscito a trasmettere un’idea di sofferenza bella, piena, completa, senza mezze misure, ma comunque con una prospettiva agrodolce. Pensateci: ci sono sofferenze belle e sofferenze brutte. Quando sei fuori al balcone di casa tua, con una sigaretta in mano, a guardare il vuoto della notte e la città silenziosa, e pensi a tutto quello che la tua vita è stata: quella è una bella sofferenza. Quando soffri con sufficienza, senza fermarti un secondo a crogiolarti nel dolore, quando butti la testa sotto la sabbia per non pensare a tutte le cose che non vanno bene: quella è una sofferenza mediocre.

La sacralità di Federico sta in questo, la sua “teologia” non fa riferimento a niente altro che all’uomo; adesso vi svelo quello che vi avevo promesso all’inizio di questo (forse noioso) articolo: solo imparando ad accettare la sofferenza, soltanto amando la tragicità della propria vita (tutti i compromessi fatti per qualcosa che volevate ardentemente, tutte le imposizioni sociali, tutte le regole) si può imparare ad odorare il profumo della bellezza che si cela sotto mille strati di melma. Qualcuno di bravo diceva che “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Così Nietzsche invita ad accettare la sofferenza, abbracciarla: amare talmente tanto il nostro dolore, connaturato all’Uomo, da accettare che un giorno questa vita possa tornare così come è, senza cambiamenti, senza piccole modifiche o perfezionamenti: altre mille vite uguali a questa qui, e tutte meravigliose.

In definitiva, Nietzsche sapeva soffrire bene perché aveva capito, in modo sacrale, che c’è bisogno del dolore per scoprire il vero colore della felicità.

Nietzsche1

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