“Sergente Romano”, di Marco Cardetta

sergente romano_copertinaDa lettrice e aspirante scrittrice pugliese, nei miei anni scolastici mi sono spesso chiesta perché fosse difficile imbattersi in romanzieri pugliesi tanto quanto era invece facile trovare un Pirandello o un Verga dalla Sicilia o una Matilde Serao o un’Anna Maria Ortese dalla Campania, tanto per citare due regioni che hanno dato vita a letterature da me particolarmente amate. La letteratura pugliese, al contrario, era e risulta anche nel contesto contemporaneo ben più difficile da scovare e sono stata quindi piacevolmente sorpresa di trovarne un esempio estremamente originale e potente in Sergente Romano, romanzo d’esordio di Marco Cardetta.

Sergente Romano  è il racconto degli ultimi giorni del luglio 1861 e del tentativo di un gruppo di ragazzi sbandati capeggiati da Pasquale Romano, ex sergente dell’esercito borbonico, di strappare Gioia del Colle ai liberali e di contribuire alla controrivoluzione per restaurare il regno di Francesco II. Il contesto storico, quindi, è la confusione successiva all’unificazione che regna in particolar modo nel Sud e che portò alla nascita del brigantaggio post unitario. Romano è uno dei  rivoltosi che crede sinceramente nella giustizia della causa, molti altri sono spinti ad unirsi al suo gruppo da cause contingenti e più o meno futili – la necessità di sfuggire ad una leva che avrebbe potuto portare i giovani cattolici a combattere contro il Vaticano o il desiderio di rivalsa nei confronti dei borghesi della città natale che avevano commesso uno sgarbo di troppo.

La vicenda è descritta da Cardetta con una prosa originale e innovativa che non solo riproduce il modo di parlare dei ragazzi intorno a Romano con le relative storture ortografiche e grammaticali necessarie a renderlo verosimile, ma rende l’opera, più che un semplice romanzo storico, la fotografia di un momento.

Il narratore, infatti, segue Romano nei giorni precedenti all’attacco a Gioia del Colle del 28 luglio 1861 e non interviene mai a spiegare e giustificare le azioni dei personaggio o anche solo a influenzare le impressioni del lettore; è un occhio mobile e attento che descrive con un linguaggio ricco, insolito e a tratti stravaganti il paesaggio pugliese in cui i personaggi si muovono e la vita, così diversa da com’è ora e così eternamente uguale, in quella parte del mondo.  In tal modo, chi legge vede gli eventi come se non potessero svolgersi in nessun’altra maniera, come se fosse presente, e non sente il bisogno di una voce onnisciente che guidi le sue sensazioni.

In Sergente Romano tragico e comico sono le facce di una stessa medaglia. Gli uomini della sgangherata truppa di Romano sono per lo più giovani, molti non sanno tenere in mano un fucile, alcuni sono ragazzini di appena sedici anni e ci sono diverse scene in cui risultano ridicoli e si stenta a credere che di lì a poco si trasformeranno in veri soldati. La trasformazione, tuttavia, accade repentinamente e in maniera cruenta e profondamente realistica. Le pagine che raccontano la presa di Gioia sono estremamente dettagliate e la guerra di cui parlano, fatta di vicini che sparano ai dirimpettai dal balcone, è così violenta e truce da risultare di certo incomprensibile a cui non ha vissuto sulla propria pelle il dramma di una guerra civile e della vita di un paese ancora in via di costruzione.

I capitoli del romanzo sono intervallati da numerosi documenti storici che contestualizzano gli avvenimenti e li forniscono di ulteriore realismo.

Leggere Sergente Romano è stata un’esperienza entusiasmante e insolita sia dal punto di vista linguistico che contenutistico che consiglio a chi vuole conoscere meglio un periodo storico spesso occultato o strumentalizzato e a chi vuole usarlo come pretesto per farsi coinvolgere in una ballata di vinti, miserabili e coraggiosi, che hanno provato a riscrivere la storia.

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