Omaggio a Pavese nel giorno della sua nascita

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Di Pavese si potrebbe dire così tanto da riempire enciclopedie, partendo dal giorno della sua nascita, il 9 settembre del 1908, al tragico giorno d’agosto in cui si tolse la vita in un albergo di Torino. Si potrebbe dire molto, eppure preferisco tacere. Ogni tanto fa bene.
Ecco che per questo grande autore, faccio parlare lui stesso. La sua arringa vi convincerà.
Da Dialoghi con Leucò.

Achille: Patroclo, perché noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?
Patroclo: Achille, non ti conosco più.
A: ma io sì ti conosco. Non basta un po’ di vino per uccedere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noi e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio. E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca con un pugno di terra. E’ sempre bello ricordarsi: “Ho vissuto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?
P: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo. Così giocheremo il destino.
A: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perché per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?
P: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te e come te.
A: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma gli anni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perché da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?
P: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non mi ricordo. Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.
A: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.
P: Chiedilo ai tuoi nemici Achille.
A: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.
P: Pure bevo con te, questa notte.
A: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?
P: Quand’eravamo ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.
A: Io mi chiedo se anche qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade, chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso che n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso cosa li attende?
P: Non ci si pensa, da ragazzi.
A: Ci sono giorni che dovranno ancora nascere e noi non li vedremo.
P: Non ne abbiamo veduti già molti?
A: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.
P: Non serve pensarci.
A: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.
P: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?
A: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.
P: A questo punto?
A: Perché? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?
P: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.
A: Non aver fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.
P: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.
A: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e a mia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.
P: Tante cose ricordi?
A: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro son stati ragazzi.
P: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta. Tu solo puoi dire di esser come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tue sei spada e sei lancia, Achille.
A: Tranne nel fuoco, tu sei stato come me sempre.
P: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.
A: Meglio quel tempo che non c’era l’Ade. Allora andavamo tra i boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno lo sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.
P: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora fummo guerrieri.
A: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perché non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?
P: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.
A: Ma chi ti dice che la vita fosse questa? … Oh Patroclo, è questa. Dovevamo vedere il peggio.
P: Io domani esco in campo. Con te.
A: Non è ancora il mio giorno.
P: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.
A: Io non ero ancor nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che resta.
P: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.
A: Le navi non ardono ancora.
P: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio. Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.
A: Si davvero un bambino che beve.
P: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi. E non eri più immortale di stanotte.
A: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi al destino.
P: Bevi ancora con me. Poi domani, magari dell’Ade, diremo anche questa.

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